Marzo 19th, 2007

leggiucchiamo Napoli

 

Il libro che vorrei approfondire questa settimana è Il ventre di Napoli di Matilde Serao. L’opera fu scritta dalla giornalista e narratrice nel 1884, quando la città era devastata dal colera, ed è il risultato di una serie di articoli scritti con rabbia e pietà dinanzi al grande scempio che si consumava nella sua amata città.

Le sue parole pregne di partecipazione, la sua irata e tormentata denuncia esplodono attraverso uno stile volutamente eccitato e diretto. Se la prende con il Governo (“Sventrare Napoli? Credete che basterà?”), che poco ha fatto finora per la città, e che solo in occasione del colera è venuto a visitare alcuni quartieri, ma non i più poveri e umiliati: “Io sono una donna e non posso dirvi che sieno queste strade, poiché ivi l’abbiezione diventa così profonda, così miseranda, la natura umana si degrada talmente, che vengono alla faccia le fiamme della vergogna.”

La sua denuncia non è senza proposta. Al governo che si preparava a sventrare Napoli, risponde: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla”.

Tutto ciò che fino ad allora era servito a fare di Napoli un contenitore da intrattenimento salottiero, viene dalla Serao “sviscerato”, portato in superficie, insieme con la tristezza e con la rabbia che discendono dalla sventura e dall’umiliazione: “Non è dunque una razza di animali, che si compiace del suo fango; non è dunque una razza inferiore che presceglie l’orrido fra il brutto e cerca volenterosa il sudiciume”. È una ribellione che nasce dal profondo dell’anima nei confronti di una rappresentazione oleografica, così diffusa, della sua città.

Napoli è città da sempre superstiziosa, scrive ancora la Serao (“Tutte le superstizioni sparse pel mondo sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate.”), poiché la sua credulità è frutto dell’ignoranza, della miseria e delle sventure. Tra queste il colera. Esso colpisce ripetutamente la città. Per parlare solo degli ultimi anni: nel 1865, nel 1867, nel 1873 e nel 1884.

Il gioco del lotto (“l’acquavite di Napoli”) è il solo a cui si appiglia la speranza dei poveri. Per tutta la settimana sognano una vincita che consenta di avere finalmente le cose semplici di cui sono privati, e soprattutto una casa pulita, dei mobili dignitosi, e poter mangiare “i maccheroni e la carne ogni giorno”. Si affidano a personaggi particolari che si fanno una reputazione di uomini saggi, o preveggenti assistiti dagli spiriti. Tra questi il monaco: “Il monaco sa i numeri: questo è il domma.” Non gli danno tregua, arrivano perfino a torturarlo, e accade spesso che un monaco che ha dato i numeri giusti debba chiedere di essere trasferito per liberarsi dai questuanti e dalle violenze.
Se mancano i soldi per giocare al lotto o per altri bisogni il popolo napoletano ricorre all’usura, “il vero cancro, di cui muore.”

Da questi articoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto di Napoli, emerge l’anima antica, calda, viva e nello stesso tempo immutabile, che permea di sé ogni abitante di questa città. Certi personaggi, come quelli che incontriamo nei capitoli dedicati all’usura e al lotto, certi quartieri, come quelli descritti nel capitolo dedicato al pittoresco, si colorano e si ravvivano della partecipazione accorata dell’autrice che, mentre denuncia mali e vizi conclamati, ad essi si lega con il laccio suadente della sua napoletanità. L’occhio indagatore della Serao, dunque, non è quello del cronista che è sceso a Napoli per dare al proprio lettore le suggestioni che lo hanno colpito e avvinto, ma è l’occhio scrupoloso ed implacabile di una sua cittadina che ne conosce i segreti, e dal pittoresco e variegato mondo che l’ha nutrita sa estrarre l’essenza di una natura portentosa, che si perpetua e si rinnova ma sempre nel dolore: “Ma in realtà è molto, molto crudele che tutto questo esista ancora, e che creature umane lo subiscano, e che uomini di cuore sopportino che questo sia.”

La Serao vi si dilunga nel nono capitolo che ha il titolo: “La pietà”, al quale consegna, più intensamente che agli altri, il suo grande, incommensurabile amore per questo popolo. Il capitolo illumina di sé, infatti, tutta la prima parte, scritta nel 1884, che ci sembra la migliore. Seguono altre due parti: una scritta vent’anni dopo (“cioè solo due anni fa”) e l’ultima “è di ieri, è di oggi”.

La seconda parte, composta nel 1904, ha il titolo: Adesso ed è costituita da quattro capitoli.

La Serao è lì per una constatazione, a venti anni di distanza, di ciò che è stato fatto, e il suo giudizio è spietato questa volta, e manca della pietà che aveva ispirato la prima parte. Ci sono strade che continuano ad essere frequentate da ladri che sbucano dai vicoli e aggrediscono passanti e perfino carrozze lungo il nuovo Rettifilo, il quale doveva, ahimè, rappresentare la rinascita, il risanamento, la redenzione della città, che ora conta “seicentomila anime”. Ci sono vizi e deformità che paiono insanabili e la Serao non vuole più sopportarli, e condanna coloro che si sono limitati a costruire bei palazzi, spendendovi molto del denaro destinato al risanamento, e trascurando i quartieri più poveri, dove il degrado è rimasto immutato.

È una implacabile accusa scritta con l’impeto della indignazione e della delusione, acuita dal convincimento che si tratta di un’aspirazione disperata, per la quale occorre profondere tutte le stille del proprio sangue e del proprio amore. La Serao non le risparmia e quando, a conclusione della seconda parte, avanza delle proposte ispirate da questa urgenza del fare, supplica e grida: “Che chiedo io, infine, per i miei fratelli del popolo napoletano, che chiedo io, come tutti quelli che hanno cuore e anima, salvo che finisca l’oblio e l’abbandono?”

Qualche mese dopo, nell’autunno del 1904, scrive la terza parte che ha il titolo: L’anima di Napoli, costituita da otto capitoli.
È la parte più frammentaria e composta da articoli di “cronista scettico e pessimista” che trattano un po’ di tutto: dall’invocazione all’onore, ove lo stile risente di una retorica che, venendo dal profondo dell’animo, si insinua e si diffonde a piene mani, trascinando i suoi riflessi anche in taluno degli articoli successivi, agli sprechi di denaro per la costruzione di un fatiscente Rione della Bellezza, all’esaltazione di via Toledo, come strada nobile più delle altre, dove palpita la vita, allo spregio per i politicanti che spargono solo menzogne e si camuffano.

La Serao, in questa parte conclusiva cronista più che mai, si lega agli avvenimenti quotidiani, attenta a che nulla si frapponga e ostacoli il risanamento materiale e morale del suo popolo. Dando ancora una volta voce alla sua città, proclama, nell’imminenza di elezioni amministrative: “Io voglio degli uomini onesti; io voglio delle coscienze sicure: io voglio delle anime austere.” Auspicio che mantiene intatto il suo valore oggi, qui da noi e in tutto il mondo.