la mia tesi
allego un abstract della mia tesi.
“Per quanto frughi nella memoria,
Croce non mi ha mai dato un precetto,…
ero poco più che un adolescente quando lo conobbi,
ma la sua vita in atto, da vicino e da lontano,
mi ha costantemente ammonito:
‘cercare di comprendere ed eseguire il
proprio destino di uomo, puntualmente,
attraverso il compito quotidiano’ “.
M. Vinciguerra
Mario Vinciguerra, scrittore, giornalista e critico letterario, nasce nel 1887. Napoletano di nascita ma romano d’adozione, resta legato alle sue radici e alla sua città.
La sua formazione si impreziosisce, durante gli anni giovanili, della forte personalità, dell’ambiente e dell’anima filosofica di Benedetto Croce, che da tempo insisteva sul problema della metodologia della ricerca storica, intesa come canone etico da coloro che volevano dedicarvisi. Vinciguerra, facendo sua la lezione crociana, non si allontana mai dal metodo e dal rigore nella selezione delle fonti, che ammette l’autonomia dell’analisi incline al pensiero personale senza, però, insidiosi tentativi di sovrapporsi ai fatti.
Il fortunato incontro tra Vinciguerra e Croce permise al primo di tradurre dall’inglese, per la prima volta in Italia, il testo integrale del Leviatano di Thomas Hobbes. Questo fu solo l’inizio di una lunga serie di traduzioni dall’inglese, infatti Vinciguerra tradusse il testo di John Cleland Memorie di Fanny Hill. Ragazza di piacere, in seguito la famosa opera di Henry Pirenne Maometto e Carlo Magno, l’autobiografia di R. Kypling Qualcosa di me: per i miei amici noti ed ignoti ed ultima ma non meno importante l’opera di William Henry Chamberlin Storia della Rivoluzione Russa.
Vinciguerra, attento osservatore degli avvenimenti contemporanei, cerca durante tutta la sua vita di distogliere l’uomo moderno dalle illusioni e dalle false immagini del suo tempo, a volte anche assumendo posizioni drastiche. Ed è questa rigidità interiore che lo accomuna e lo rende tanto caro a Croce.
Di Vinciguerra molti comportamenti antifascisti permisero di toccare con mano le difficoltà di affermare il proprio pensiero, non ultimo l’arresto con l’accusa di aver cospirato per fomentare un’insurrezione armata, avvenuto il 28 novembre 1930. Lo studioso fu colto sul punto di spedire manifestini contro il regime.
Dal 1912 al 1924 la maturazione della visione politica e filosofica di Vinciguerra si rivelò con la sua collaborazione alle riviste e ai quotidiani più significativi del tempo: “La Cultura”, “Il Conciliatore”, “L’Italia nostra”, nonché “Rivoluzione liberale” e più tardi “Il Mondo”, “Il Resto del Carlino” e “La Nuova Europa”.
Il fulcro sul quale ho impostato la mia tesi è l’opera critica di Mario Vinciguerra. Egli porta con sé quel naturale trasporto verso autori meridionali, che lo spingono a curare le opere di tre personalità importanti, quali Tommaso Campanella, Salvatore Di Giacomo e Adriano Tilgher. Nello specifico egli decide di curare l’opera postuma Poesie di Tommaso Campanella in una edizione del 1938, occupandosi della tanto trascurata poesia del filosofo, da tanti giudicata rozza, irregolare e impacciata. Egli dà una lettura diversa, sostenendo che questa scaturisce dal sentimento che nel poeta si accende mentre svolge il suo pensiero filosofico. Quindi filosofia, sentimento, poesia, è la triade che riempie i versi campanelliani.
Del tutto diverso è l’interesse prestato nei riguardi dell’opera digiacomiana. Vinciguerra si occupa non solo dei suoi versi ma anche delle novelle e delle Cronache. In collaborazione con l’amico Francesco Flora, egli cura il volume Poesie e Novelle di Salvatore Di Giacomo, dimostrando la sua profonda conoscenza della cultura meridionale e della storia della Capitale decaduta del Mezzogiorno.
Salvatore Di Giacomo fu tra i poeti napoletani il più apprezzato; egli deve a Benedetto Croce il giusto rilievo che ebbe la sua poesia in ambito nazionale.
Vinciguerra sostiene che la differenza tra il Di Giacomo dei versetti supremi e il Di Giacomo delle novelle e del teatro stia sostanzialmente nel grado espressivo e nella purezza lirica. Nelle novelle e nei testi teatrali la sostanza del linguaggio è più figurativa, più corporea più tattile, mentre nei versi poetici la parola attinge l’anima stessa dei suoni:
…è ll’una: dorme ‘o vico
ncopp’ a sta nonna nonna
‘e nu mutivo antico
‘e tanto tiempo fa…
Altro importante autore napoletano è Adriano Tilgher. Anch’egli si formò a Napoli ma quasi all’ombra dell’importante università che era casa Croce. Egli, infatti, diventò critico nei riguardi del pensiero filosofico crociano distaccandosene a poco a poco.
Vinciguerra, affascinato dalla sua autonomia, si occupa dell’opera Ottocento napoletano ed oltre, in cui Tilgher unisce vari articoli sulla letteratura meridionale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Tilgher offre uno sguardo sul percorso della poesia dialettale napoletana, da Piedigrotta in poi, e sostiene il forte accento di realismo che è capace di rendere la poesia dialettale. Egli tratta la poesia dei tanti validi poeti meridionali: da Salvatore Di Giacomo a Ferdinando Russo, da Rocco Galdieri a C. O. Lardini, da Libero Bovio a Ernesto Murolo. Ma a Ferdinando Russo è particolarmente legato per il suo ‘O Cantastorie.
La critica letteraria di Vinciguerra non resta però ancorata all’Italia meridionale. Egli ha una forte propensione per la lingua e per la cultura anglosassone ed è aperto a tutti i movimenti che nascono durante la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per questo si occuperà spesso di tradurre opere importanti dall’italiano all’inglese.
Il Romanticismo. Discussioni attuali è un saggio nel quale Vinciguerra spiega l’importanza di questa corrente intellettuale e spiega il modo in cui i caratteri di questo movimento si sono atteggiati nell’urto con gli eventi e cosa quest’urto ha prodotto in concreto ed ha lasciato indietro come contributo alle grandi opere dell’umanità. La sua analisi si sposta dall’Italia al resto d’Europa.
In questo saggio Vinciguerra dà prova dell’incredibile vastità delle sue conoscenze critiche, che spaziano dalla storia del Cristianesimo alla letteratura vernacolare, dalla storia del conflitto tra classico e romantico fino all’approfondimento di alcuni dei filosofi neoromantici tedeschi. In sintesi, egli sostiene che il Romanticismo è venuto svolgendosi da quello spirito di ricerca interiore, da quella scoperta dell’uomo, che è stata una dei maggiori titoli di gloria del Rinascimento, mediante la quale siamo passati alla civiltà moderna. La radice del Romanticismo è l’individualismo e individualismo significa prima di tutto libertà. Ecco perché Vinciguerra sostiene che il Romanticismo non morirà più, malgrado i suoi errori e le sue contraddizioni. Il vero Romanticismo fu l’equilibrata e composta rivendicazione del sentimento, quale componente essenziale dell’individualità.
Rimanendo in tema di Romanticismo, Vinciguerra scrive un’altra opera, questa volta fissando lo sguardo sulla Gran Bretagna, Romantici e decadenti inglesi. Gli scritti raccolti in questo volume nascono con l’intento di chiarire o risolvere alcune questioni essenziali che egli intraprese su autori della letteratura inglese moderna e contemporanea. Qui vengono analizzate figure, come i dimenticati Carlyle, Hardty, Moore, Lynge e Vanghan, ma anche poeti e letterati importanti quali Emerson, Poe, Wilde e Stevenson.
La perfetta conoscenza della lingua e soprattutto il suo costante interesse nell’approfondire la cultura e i movimenti nascenti sotto il cielo inglese spinsero il Vinciguerra a dedicare il saggio, Il preraffaellismo inglese, alla particolare figura di John Ruskin e al movimento artistico preraffaellita, non dimenticando di sottolineare l’influenza che tale movimento ebbe sulla nostra penisola.
Nell’opera Vinciguerra dedica molto spazio alla persona di John Ruskin, alla sua arte, alla conoscenza che egli fece di Turner. In realtà, secondo il critico, non si può parlare di una vera estetica di Ruskin, il suo pensiero lo si vuole affermare in contrapposizione col concetto dell’arte quale imitatrice della natura.
Il preraffaellismo non fu un vero e proprio movimento artistico, frutto di cervelli sistematici e ordinati, anzi tutto quello che essi ci hanno lasciato è una gran massa di documenti frammentati e ricchi di voli pindarici. Essi sentivano il bisogno di ribellarsi ai quadri desolati della pittura inglese, considerata convenzionale, ma non facevano altro che essere convenzionali anch’essi, studiando la pittura italiana del Trecento e del Quattrocento.
Vinciguerra nel suo testo si sofferma molto sulla complessa personalità di Dante Gabriele Rossetti, poeta e pittore, che seppe guidare con il suo verbo l’intero gruppo preraffaellita. Senza dubbio, la produzione poetica più significativa è quella giovanile, mentre per ciò che riguarda i suoi quadri vi è uno squilibrio derivante da un’educazione artistica libresca e da un’ispirazione riflessa e disorganica. Vinciguerra sfata qui il mito che il preraffaellismo sia stato una diretta creatura di Ruskin, al contrario egli fece entrare le tendenze preraffaellite nello schema delle sue dottrine.
Vinciguerra ha inoltre lasciato diverse opere politico-storiche, tra le quali la più importante è Destino dell’Occidente, scritta durante gli anni di carcere, per alcuni versi premonitrice di eventi storici determinanti.
Vinciguerra è un uomo disposto a pagare di persona, un liberale di vecchio stampo, per il quale le leggi erano sacre quanto i propri principi etici. Pur essendo fornito di alte doti di umanità e di raro senso dell’amicizia, preferì la solitudine al compromesso. Una voce, dunque, abituata a cantare fuori dal coro, senza curarsi delle conseguenze.
Morì all’età di 85 anni, l’11 novenbre 1972. Oggi ingiustamente dimenticato, viene riportato alla luce, auspicando che la sua opera diventi il fulcro di future ricerche.
