Archivio per
ottobre, 2009
ottobre 31st, 2009
Memories e’ il titolo della mostra promossa dall’Assessore regionale alle politiche giovanili Alfonsina De Felice e curata da Gino Pisapia, che accoglie le opere site specific di 11 giovani artisti campani.
L’esposizione, che prende il via il 31 ottobre 2009, si snoda all’interno di un percorso suggestivo e storicamente importante per la città di Napoli come il Circolo Artistico Politecnico situato in Piazza Trieste e Trento.
Ascolti Visivi, Enzo Calibe’, Danilo Correale, Giulio Delve’, Corrado Folinea, Anna Fusco, Antonio Patrizio, Giuseppe Stellato, Nicola Vicidomini, Ciro Vitale, Marco Zezza, sono gli artisti invitati a riflettere sul tema della memoria intesa come ricordo vincolato alle persistenze oggettuali che -infestano- lo storico appartamento seicentesco all’interno del quale ogni ambiente e’ stato occupato per ospitare i lavori realizzati ad hoc.
Eterogenee le poetiche, diversi i media utilizzati, in un caleidoscopio di rimandi e citazioni colte, la mostra assume un carattere storico, di ricerca e inevitabilmente di re-interpretazione.
Inserita all’interno di un piu’ ampio progetto dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania, Memories si pone come un’ ulteriore testimonianza di sensibilità verso i giovani, la loro formazione e promozione.
Ogni artista ha scelto uno spazio all’interno del quale ha realizzato un’ opera capace di integrarsi perfettamente e dialogare con le preesistenze, creando un corto-circuito con il passato.
Il corto-circuito diventa quindi l’elemento che arbitra la partita tra passato e presente, tra memoria e storia, tra ricordo e oggetto.
Dal falso storico di Corrado Folinea che dopo aver giocato a vestire i panni del ricercatore, per ri-creare la storia d’amore clandestina tra Edoardo Scarfoglio, coniugato al secolo con Matilde Serao, e la ballerina francese Gabrielle Bressard, al respiro dell’installazione di Enzo Calibe’ che attraverso un sistema elettronico riesce a modulare l’intensità di fasci di luce quasi a simulare il ritmo, la cadenza della respirazione umana.
Il poetico e raffinato lavoro video di Antonio Patrizio dove la memoria diventa ricordo, scompare e riappare identificandosi con l’artista stesso, o ancora la conversazione muta e luminosa di Giuseppe Stellato che ri-utilizza oggetti vecchi e impolverati prelevati dai ripostigli del circolo per donargli nuova vita in un sistema linguistico e temporale diverso dove la dimensione continua ad essere quella del ricordo, elemento comune col lavoro del collettivo Ascolti Visivi che realizza una videoinstallazione dove a ospitare l’immagine proiettata e’ uno schermo irregolare, improbabile formato da volumi di forma piramidale dalle diverse altezze che creano vari piani di proiezione di percezione e di ricordo.
Ritorna a suonare, ma stavolta piccoli uccelli meccanici ne pizzicano con il becco le corde, il pianoforte a mezza coda che Giulio Delve’ rispolvera per trasformarlo in elemento evocativo di sogni e ricordi infantili, di altro umore e’ invece il lavoro di editoria de-compressa che Danilo Correale realizza per la biblioteca, dove su un grosso tavolo ha posizionato grandi fogli stampati in attesa di essere ri-dimensionati per la fascicolazione e assemblati per diventare libri.
Ciro Vitale con il suo intervento luminoso ci invita a osservare quello che accade sotto a un tavolo, capovolgendo e rompendo i classici schemi percettivi, sulla stessa intensità poetica si sintonizza la monumentale scultura in resina cemento piante grasse che Marco Zezza pone al centro della sala museale come parallelo contemporaneo della scultura in gesso esposta accanto.
L’ultima sala del piano ospita il raffinato teschio bianco che Anna Fusco colloca sui libri impolverati lasciati sul tavolo all’incuria del tempo, che rivolto a un vecchio archivio, sembra voler indicare la memoria di quello che e’ stato di cio’ che e’ e di quel che sarà.
Conclude la mostra, la performance di Nicola Vicidomini che si svolgerà la sera dell’inaugurazione, 31 ottobre 2009 alle ore 20:30 all’interno del salone del Circolo Artistico Politecnico; il concerto-performance ha come pilastro fondante la musicalità nella percezione di una memoria obliata nell’aion, eternità immanente.
Circolo Artistico Politecnico
piazza Trieste e Trento, 38 Napoli
Orari d’apertura: dal lunedi’ al sabato dalle 10:00 – 13:00 e dalle 16:00 – 20:00
ottobre 30th, 2009
Parlare di Futurismo in rapporto a David Maljkovic (Rijeka, Croazia, 1973), risulta appropriato: l’artista ha stabilito un intenso dialogo poetico con il grande movimento d’avanguardia, pur mantenendosi ad una certa distanza cosi’ da evitare un inappropriato assorbimento totale. Nel testo che accompagna l’installazione -Again for Tomorrow- (2003), uno dei suoi viaggi attraverso la storia, Maljkovic incontra i futuristi, vi stabilisce un scambio dialettico cercando pero’ di mettersi al riparo dall’essere coinvolto in qualsiasi possibilità nostalgica. David Maljkovic osserva il cambiamento, la velocità con cui, in una società postfordista e liberale ci si libera con estrema naturalezza di ogni cosa e si procede ad una metodologia di avvicendamento, di frenetico cambiamento e continua sostituzione, in cui l’oggetto o il pensiero vengono consumati e si alternano a ritmi sostenuti. Il focus attorno cui si sviluppa buona parte dell’opera dell’artista croato e’ l’architettura, la dimensione urbana e sociale in cui essa si inserisce, con tutto il suo bagaglio di significati persi ed anche ritrovati, riposizionati all’interno di una nuova possibile, dinamica e fantastica evoluzione.
Vi sono simboli che mutano il proprio significato se modifica il contesto attorno a loro, se si perdono quelle istanze esistenziali e politiche che ne determinano la loro funzione e fruizione pubblica. Crescere in un paese ex socialista credo rafforzi la percezione del simbolo architettonico come importante elemento di comunicazione e celebrazione del potere, formando nei cittadini una sorta di coscienza simbiotica con la struttura urbana in cui vivono. David Maljkovic osserva la perdita di funzionalità di alcune di queste realtà architettoniche cercando di dar loro un’ulteriore possibilità esistenziale. Una operazione fortemente prismatica, razionale, nel tentativo di stabilire un contatto da cui scaturisca una possibile articolazione intellettuale e politica in cui concetti quali conservazione e superamento siano al centro della discussione. Ma al contempo un’operazione estremamente poetica, visionaria, utopica. David Maljkovic si appassiona alle strategie del re- enactment, del rimettere in scena, di strutturare una possibile relazione tra finzione, simulazione e realtà e, cosa ancor piu’ interessante, estende questa -strategia-, di ripetizione e differenziazione, all’interno di contesti specifici quali le mostre d’arte contemporanea.
Alla base del lavoro della tedesca Susanne M. Winterling (Rehau, Germania, 1970) vi e’ la necessità di elaborare, cosi’ come lei stessa ha dichiarato in una recente intervista, delle autobiografie impossibili, in cui si pone al centro la vita dell’artista ed il suo essere personalità doppia e mutevole, in associazione con figure ed evocazioni che possano sviluppare un percorso parallelo di comprensione e di analisi della figura della Winterling stessa. In passato l’artista si e’ confrontata con personaggi diversi, icone femminili anticonformiste degli anni venti quali Isadora Duncan, Annemarie Schwarzenbach, la Marchesa Casati o Eileen Gray – quest’ultima e’ il soggetto da cui ha preso forma la riflessione fulcro dell’installazione, alla Neunationalegalerie di Mies Van der Rohe, in occasione dell’ultima Biennale di Berlino. Un approccio di natura certamente umanistica, conseguenza degli studi in filosofia e storia dell’arte nella prestigiosa università di Tubingen che portano la Winterling a spingersi in un continuo tentativo di analisi dell’immagine riflessa, in cui la visione allo specchio e’ l’elemento chiave di lettura e comprensione della mutevolezza e fluidità dei diversi aspetti della personalità.
Ma non e’ solo con la figura femminile che Susanne Winterling si confronta: nel progetto per la Fondazione Morra Greco, la figura di Torquato Tasso e’ il motore che fa partire il lavoro e la riflessione dell’artista, in rapporto ad un’idea che assimila al concetto di spazio quello dell’identità. Attraverso un’installazione video, un pavimento specchiante, una serie di fotografie ed un lungo tappeto rosso (il rimando al red carpet cinematografico e’ evidente) che scivolerà dal piano terra al piano interrato della Fondazione, si articolerà un possibile scenario che partirà da elementi storici legati alla figura di Torquato Tasso, e piu’ precisamente sugli anni in cui egli visse nel palazzo Caracciolo d’Avellino, ovvero proprio negli spazi che oggi ospitano la Fondazione Morra Greco. -The portrait of the artist as Torquato Tasso & the stairs for the servants-, questo il titolo della mostra, in cui la Winterling propone la sua particolare visione dei personaggi letterari, attraverso la lettura dei quali si puo’, in un certo senso, tracciare un identikit dell’artista in quanto tale e suggerire che nelle peculiarità soggettive del personaggio si strutturano elementi oggettivi che si distaccano dalla biografia in favore dell’opera e dell’Arte.
Inaugurazione 30 Ottobre 2009, alle 19
Fondazione Morra Greco
Largo Avellino 17, 80138 Napoli
orario: dal lunedi’ al venerdi’ dalle 10 alle 14
ingresso libero
ottobre 29th, 2009
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Via San Gregorio Armeno è la celebre strada degli artigiani del presepe, famosa in tutto il mondo per le innumerevoli botteghe dedicate all’arte presepiale. La via e le botteghe possono essere visitate durante tutto l’anno ed il visitatore è così ricondotto ogni volta alla magica atmosfera natalizia.
Per ogni famiglia napoletana, il Natale a Napoli è anche una visita “a San Gregorio Armeno”. Questa è infatti la prima obbligatoria tappa che ogni napoletano compie prima di intraprendere la costruzione o l’ampliamento del proprio presepe.
La strada
Passeggiando lungo i Decumani di Napoli nelle settimane che precedono il Natale non si può non notare come tutta l’attenzione sia rivolta verso un’ antica e storica via della città, nota oggi per le tante botteghe artigiane che l’hanno resa famosa nel mondo: via San Gregorio Armeno, la via degli artigiani del presepe.
La via congiunge perpendicolarmente due decumani, il Maggiore e quello Inferiore, e basta seguire i loro percorsi per giungere a quel caleidoscopio di colori, suoni, voci che è la via dei presepi: venendo da via Duomo, vi si arriva attraverso il Decumano Maggiore (via dei Tribunali) o il Decumano Inferiore (via San Biagio dei Librai).
Soluzione più semplice, per i turisti in giro con la metropolitana, è invece quella di scendere alla fermata di Piazza Dante della Linea 1 del metrò e proseguire per Port’Alba e da lì, attraverso via San Sebastiano, raggiungere Via Benedetto Croce (sempre una parte del Decumano Maggiore noto anche come Spaccanapoli), proprio all’altezza del campanile della chiesa di Santa Chiara e proseguire nella direzione opposta a quella che conduce a Piazza del Gesù Nuovo.
Le botteghe, i pastori ed i presepi
Difficile descrivere a parole o con immagini la moltitudine di botteghe, negozietti e bancarelle coloratissime che affollano Via San Gregorio Armeno: si è subito sopraffatti dalla quantità e dalla varietà dell’offerta.
Qui si può trovare di tutto per il presepe: dalle casette di sughero o di cartone in varie dimensioni, agli oggetti “meccanici” azionati dall’energia elettrica come mulini a vento o cascate, dai pastori di terracotta dipinti a mano a quelli alti 30 cm con abiti in tessuto cuciti su misura. Ci sono pure i pastori venditori di frutta, di pesce, il macellaio e l’acquaiola; ma pure il pizzaiolo “robotizzato” che inforna la pizza, i classici come Benito ed i Re Magi e naturalmente la Sacra Famiglia, con il corredo di bue ed asinello, in tutte le dimensioni, fatture e prezzi. Ma accanto a vere e proprie opere d’arte, frutto del lavoro di famiglie artigiane che si tramandano il mestiere da intere generazioni, si trovano aggetti a dir poco kitsch, che però denotano la fantasia e l’ironia dei napoletani: la statuetta (ma sarebbe meglio dire la caricatura) del politico o del VIP del momento è oramai divenuta uno dei classici sulle bancaralle di via San Gregorio Armeno. Alcuni artigiani si sono specializzati nella realizzazione di questi pastori sui generis e non appena un personaggio sale alla ribalta della cronaca, ne creano il relativo pastore, molto spesso enfatizzandone qualche particolare legato all’evento che lo ha reso famoso. Come non dimenticare Maradona con il suo pallone negli anni d’oro della squadra di calcio del Napoli o l’allora giudice Di Pietro e la schiera di politici condannati dell’era di Tangentopoli
Gli innumerevoli presepi esposti catturano l’attenzione di grandi e piccini. Le botteghe offrono principalmente tutto il materiale necessario per costruirsi oppure per espandere il proprio presepe. Chi vuole, però, può naturalmente acquistare un presepe già fatto, comprando poi separatamente i pastori con cui addobbarlo. In genere si parte dai 35-45 euro per modelli semplici, ma realizzati con molta cura, per i pastori da 5 cm fino a giungere alle migliaia di euro per le grandi realizzazioni basate sulle riproduzioni dei pastori classici del Settecento.
Via San Gregorio Armeno può essere naturalmente visitata durante tutto l’anno: le gran parte delle botteghe sono sempre aperte e hanno in mostra i loro manufatti, benchè in numero ridotto. Però negli altri periodi dell’anno è possibile osservare i pastori ed ammirare gli artigiani a lavoro con maggior calma rispetto al periodo natalizio, dove il grande afflusso dei turisti rende la strada molto affollata. |
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ottobre 29th, 2009
Gallery A: Hany Armanious
‘Running man’
Il lavoro di Hany Armanious (Ismalia, Egitto, 1962 – vive e lavora a Sidney), nella sua apparente leggibilità, nasconde un elaborato processo creativo, sia materiale che mentale, che mira a modulare nuove realtà attraverso percorsi visionari.
Per la sua prima personale in Europa Armanious presenta una serie di sculture realizzate completamente in resina, un materiale utilizzato per riprodurre in maniera fedele oggetti reali come mobili, tavoli, secchi, polistiroli, neon, sabbia o pietre preziose. Questi, non piu’ funzionali all’uso, vengono recuperati dall’artista che ne effettua prima un calco, per poi ricavarne una copia perfettamente identica. Tutte le fasi di produzione sono realizzate direttamente da Armanious, dall’ideazione fino alla fusione delle sculture, in cui il colore e’ impastato direttamente con le resine quando sono ancora allo stato liquido. Ne emerge una figura di artista-alchimista che non solo dona nuova vita, se pur cristallizzata, agli oggetti ma conferisce loro un nuovo significato attraverso accostamenti visivi e semantici. Morfologie ed assonanze culturali che rendono l’opera riconoscibile ma sempre in un certo senso estranea.
Si cela, in questo processo di trasformazione, l’ironia dell’artista che nell’atto di plasmare gli oggetti li decontestualizza e li spoglia della propria perduta funzione, creando un vocabolario del tutto nuovo e suggestivo. Una poetica basata sulla contrapposizione o sull’accostamento di immagini, sull’uso dell’analogia e sullo studio dei materiali.
L’idea di riproporre l’oggetto identico nella forma ma diverso nella sostanza e’ una pratica quasi liberatoria, una sorta di catarsi ricca di riferimenti iconici di filosofie antiche, di influenze da culture arcaiche o, per inverso, provenienti dalla piu’ semplice quotidianità.
Armanious ricrea enigmatici universi in resina iperrealisti, spesso pervasi da un estraniante non-sense, in cui l’oggetto e’ si’ defunzionalizzato ma soprattutto e’ salvato dalla distruzione. In quest’ottica l’artista e’ definibile come un archeologo del contemporaneo, attento scopritore, catalogatore e conservatore del vecchio. Una sorta di allegoria della creazione, o meglio della ri-creazione, in cui anche il meno stimato utensile puo’ riappropriarsi della sua aura.
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Gallery B: Norbert Schwontkowski
‘Second Life’
La pittura di Norbert Schwontkowski (Brema,1949) tende a ricreare atmosfere metafisiche e paesaggi in cui il tempo sembra fermarsi. Con -Second Life-, seconda personale nella Galleria Raucci/Santamaria, l’artista tedesco presenta, oltre ad una serie di tele inedite, alcuni dipinti su carta nati come negativi di quadri precedentemente eseguiti. Una tecnica che dona, appunto, una seconda vita ad alcuni soggetti particolarmente cari all’autore: tali carte sono state infatti appoggiate sui dipinti ancora freschi, in modo che i profili e le ambientazioni rimanessero impresse sul foglio. Tali pagine sono state successivamente completate dipingendo ulteriormente o ritoccandole per mezzo di una pratica osmotica. Indipendentemente dal supporto utilizzato Schwontkowski e’ un eccellente narratore: la sua poetica silenziosa e’ esplicata attraverso una pittura opaca in cui la presenza umana sembra diradarsi, lasciando spazio a territori solitari ed a descrizioni di un mondo sospeso nel tempo.
Pastosi oli su tela che – attraverso l’uso di colori tenui e tenebrosi come il marrone, il nero, il grigio, il giallo – ricostruiscono una dimensione onirica e plumbea. Allusioni e richiami ad un mondo immaginario che tuttavia conservano un forte legame con la realtà. L’attrazione metafisica di queste pitture non e’, infatti, citazione colta o abbandono del reale, ma piuttosto evidenzia un approccio alla pittura ironico e disincantato. La chiave di lettura del lavoro dell’artista sta proprio in questa apparente solennità, che nasconde invece l’invito ad interpretare la sua pittura in modo divertito e distaccato. Dietro ambientazioni geografiche sospese, volti ora sorridenti ora beffardi, caverne desolate o brevi attimi di intimità, si cela il mistero di una visione ludica del mondo. Un humor nero che, combinato ad un tocco di stravaganza, crea una pittura avvolgente ma spesso sfuggente nell’interpretazione.
Ideatore di un teatro dell’assurdo e scenografo di universi senza punti di riferimento, Schwontkowski tenta di riconciliare, in maniera moderna, la dimensione meramente fisica e terrena con quella spirituale e meditativa.
Immagine di Hany Armanious
Inaugurazione giovedi’ 29 Ottobre 2009, dalle 19 alle 21,30
Galleria Raucci/Santamaria
corso Amedeo di Savoia 190, Napoli
Ingresso libero
ottobre 27th, 2009
Riscoprire Napoli, passeggiando -in verticale-: e’ il viaggio del napoletano Simone Florena, fotografo sensibile ai temi sociali e all’urbanistica della sua città, che ha raccontato in venti immagini in bianco e nero le Pedamentine di Napoli, antiche scorciatoie pedonali tutte da scoprire.
La mostra -Scorciatoie’, che fa parte di un piu’ ampio progetto di rivalutazione delle Pedamentine, e’ ospitata dal 27 ottobre al 27 novembre nella restaurata stazione ferroviaria di Mergellina, un luogo simbolico del viaggio.
I venti grandi pannelli, (1,80×3,70 m. quindi quasi a grandezza naturale) che occupano i due saloni principali della stazione, offrono al
visitatore-viaggiatore venti vere e proprie -visioni in verticale’ della città, ne immortalano la memoria (erano passaggi pedonali nati da vecchi corsi d’acqua) svelando il fascino inedito di scorci pittoreschi, paesaggi e architetture.
Ogni immagine della mostra e’ come un gradino su cui soffermarsi attraversando, appunto, le Pedamentine, autentiche bellezze nascoste del tessuto urbano, tesori ancora da valorizzare e che riservano, a seconda delle ore del giorno e della luce, meravigliose sorprese per l’occhio di chi le percorre.
Calata San Francesco, salita Moiariello, il Petraio, Sant’Antonio ai Monti, la pedamentina di San Martino: dal Vomero al mare, da Capodimonte fino alla Sanità e poi piu’ giu’ verso la Marina, nelle foto di Florena appare una città inedita, solcata da scale, scalini, discese, che si offre cosi’ al viandante con uno dei suoi volti piu’ belli e particolari.
‘Percorrerle significa ridurre il tempo e lo spazio da un punto all’altro della città ma, soprattutto, recuperare il piacere di passeggiate lente, scoprendo Napoli sotto una luce diversa’, suggerisce l’artista.
Le fotografie di Simone Florena e gli itinerari proposti sono raccolti in -Scorciatoie’ un prezioso catalogo/guida, concepito e curato come un oggetto di design. Un oggetto da regalare o esporre. Edizioni Pironti, testi di Francesco Durante.
Attivo da anni nel campo della fotografia e dell’immagine, Simone Florena e’ amministratore unico della società di produzione fotografica Momo74 e socio fondatore del LANA, associazione culturale che organizza e cura mostre fotografiche, tra le altre -Tracce di Gomorra’ per la presentazione del libro di Roberto Saviano. Ha gestito le immagini di numerose società e lavorato ai progetti della Fondazione Pascale in associazione con la LILT: il calendario ‘Senza di te la ricerca e’ nuda’(2008) e poi il libro -Se no la magia’ (2009).
L’iniziativa e’ organizzata dall’Ente provinciale del Turismo di Napoli.
Inaugurazione martedi’ 27 ottobre 2009
Stazione ferroviaria di Mergellina, Napoli
Ingresso gratuito
ottobre 25th, 2009
Transit 3 e’ la terza tappa dell’omonimo progetto che connette giovani artisti napoletani con artisti provenienti da città del bacino mediorientale. Dopo l’esperienza al Cairo e ad Istanbul (dove Transit 2 e’ visitabile fino al 9 novembre negli spazi di PiST///), il Madre si gemella con Tel Aviv attraverso il lavoro della napoletana Raffaella Crispino e dell’ israeliana Eden Bannet.
Come già sperimentato, il progetto si struttura in due tempi e due spazi diversi: la prima tappa nella Project Room del Museo Madre dal 23 Ottobre al 30 Novembre, la seconda al CCA di Tel Aviv dal 10 dicembre al 30 gennaio 2010.
Seppur con linguaggi ed estetiche diverse, l’occhio -voyeuristico- delle due artiste evidenzia una serie di contraddizioni che accomunano le due città mediterranee: sacro e profano, joie de vivre e fascinazione per il senso della morte, povertà e ricchezza, antico e moderno.
Eden Bannet interpreta in maniera ironica il ruolo di -artista-turista-, dotato di occhio critico e del distacco necessario per cogliere contraddizioni e fascinazioni di realtà lontane. Introduce nel suo straniante modus operandi con The Beginning: The Artist is born in her Hotel Room, un video realizzato prima ancora di conoscere la città nel quale l’artista -assapora- il caos partenopeo dall’interno: la sua camera d’albergo diviene incubatrice delle proprie attese. Luminosa, a tratti surreale, la stanza non e’ altro che un contenitore di significati passeggeri. Un -contenitore- alla stregua del museo che si carica di significato attraverso il -transito- dell’artista. Una strategia smaterializzante il cui contraltare materico sono i frottage dei tombini che tempestano le strade di Napoli, frutto di una serie di -performance quotidiane- dell’artista nelle strade cittadine. Il tombino da simbolo del degrado socio- urbanistico diviene botola / diaframma / accesso misterioso ad un’altra città, caricandosi di valenze estetiche inaspettate. La stratificazione di Napoli, frutto della sua storia millenaria, e’ uno degli aspetti di maggiore fascinazione per l’artista israeliana che instaura un rapporto viscerale con i suoi abitanti e con il sottosuolo, cosi’ denso di intrighi e misteri.
Interessata al significato intrinseco dei materiali e alla storia -nascosta- degli oggetti, Bannet crea sculture con objets trouve’ che attivano una osmosi tra la vita caotica della città e l’apollinea tranquillità della struttura museale: l’Afrodite di Efeso del vicino Museo Archeologico e’ trasformata in una installazione precaria e ironica.
Diversamente Raffaella Crispino rintraccia la compresenza di elementi contrastanti in un delicato affresco desaturato. La luce abbagliante del Sud che si alterna ai flash dei turisti al Santo Sepolcro e allo scintillio dei tessuti nelle strade di Tel Aviv, diviene il filo conduttore di un racconto per immagini di grande suggestione. -Abbaglio fisico e culturale- (R.C.) in una città che sembra vivere intensamente ogni momento, in cui la fiera gioventu’ – quasi dei balilla – si allena sulle spiagge, mentre non lontano la fila al check-point ci catapulta in una dimensione completamente diversa. Spira, complice l’uso sapiente delle inquadrature e di un b/n fortemente chiaroscurato, una atmosfera di sospensione, di attesa, di una atemporalità memore del migliore cinema italiano. Accompagnati prima dalle note di -The voice of Peace-, stazione radio che dal 1973 al 1993 trasmetteva da una barca al largo di Tel Aviv, e poi da un suono cupo, inquietante e profondo – manipolazione del jingle di quella stessa stazione – il video restituisce la sensazione, a tratti angosciante, che puo’ dare un soggiorno in Terra Santa, in cui il rumore degli elicotteri si alterna a quello dei ventilatori nei locali per turisti, la santità di Gerusalemme alla cicatrice del muro di Betlemme che separa Israele e Palestina. Completa l’installazione dell’artista una serie di disegni di oggetti le cui misure sono riportate come in una catalogazione militare, testimonianza delle cose che i Palestinesi portano con se’ attraverso i -gate-cage- (R.C), gli angusti varchi dei check-point che collegano i due paesi.
Raffaella Crispino e’ nata a Napoli nel 1979. Tra le mostre ricordiamo: 2009 Premio Cairo, Palazzo della Permanente, Milano, 2008; Verboten, a cura di F. Ruffert and L. Weber, Kiosk of Contemporary Art, Weimar; In God We Trust, a cura di J. Castro, One Piece Art Gallery, Milano; CCA Kitakyushu Research Program, Ogura Gallery, CCA Center for Contemporary Art, Kitakyushu; Sistema Binario, a cura di A. Rispoli | E. Viola, Stazioni di Mergellina, Napoli
Eden Bannet e’ nata a Tel Aviv nel 1980 dove vive e lavora. Tra le mostre ricordiamo: 2009 Fucking Tourists!, ReMap Project, Parallel to the 2nd Athens Biennale, Athens, 2008 We’re Coming Out, On the occasion of the ARTLV Events, an Outdoor Installation, Gilit Fisher Gallery, Tel Aviv, 2007 Eden, The New and The Bad Gallery, Tel Aviv
Inaugurazione Venerdi’ 23 Ottobre ore 19
Project Room, Museo Madre
via Settembrini, 79 (Palazzo Donnaregina) Napoli
Lun-dom 10-mezzanotte, martedi chiuso
ottobre 22nd, 2009
In collaborazione con la Fondazione Premio Napoli una piccola mostra fotografica all’Archivio Parisio: ventisei immagini tratte dagli archivi Troncone e Parisio, dagli anni Venti agli anni Sessanta, che raccontano la storia del porticato attraverso gli eventi che ha ospitato.
Le fotografie che l’Archivio Fotografico Parisio conserva ci rimandano, nel tempo, le immagini di una zona, quella della piazza, dalla doppia e contrastante valenza: nodo rilevante della città, ospite di importanti manifestazioni, nello stesso tempo spesso trascurato e maltrattato fino a diventare un parcheggio, un deposito di mezzi pubblici.
E se questa pare ora avere trovato un suo assetto, con la chiusura al traffico, cio’ non puo’ dirsi per il porticato e le botteghe ad esso annesse, per i quali gli organi preposti non si sono mai risolti a creare una sistemazione adeguata e duratura che ne risolva i problemi di abbandono e degrado.
Dal 1995 l’Archivio Fotografico Parisio, che ha sede nei locali che furono di Giulio e che da lui tenta di prendere esempio, organizza mostre ed eventi tesi, tra l’altro, a restituire fama e dignità ad un luogo simbolo della città, che ha bisogno oltremodo di spogliarsi dell’ideale per riprendersi il ruolo materiale che gli spetta.
Inaugurazione giovedi’ 22 ottobre ore 19
Archivio Fotografico Parisio
Porticato San Francesco di Paola 10, Napoli
Orario: dal lunedi’ al venerdi’ 10-13,30
Ingresso libero
ottobre 20th, 2009
Dal 20 ottobre all’8 novembre 2009 Ernesto Jannini presenta “Equilibridi” al Castel dell’Ovo. L’artista espone opere di notevole impatto emotivo che hanno contraddistinto la sua presenza nel panorama dell’arte italiana a partire dalle Biennali di Venezia del 1976 e del 1990 fino ai nostri giorni.
Saranno visibili installazioni dalla forte carica poetica sostenute da un pensiero che riflette sulle problematiche piu’ cogenti della nostra contemporaneità, come il rapporto tra natura e tecnologia nei Nidi di rondine, o nella Frutta al microchip; o sulla guerra e le sue devastazioni, tema affrontato nell’installazione Ipsum Esse, già esposto a Delft in Olanda e a Rimini, nella mostra Anninovanta curata nel ‘91 da Renato Barilli.
Nato a Napoli nel 1950 dove ha studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti, Jannini e’ stato, con il Gruppo degli Ambulanti, un precoce protagonista di quegli anni decisivi per la cultura artistica a Napoli e in Italia; anni ricchi di fermenti, iniziative, interventi artistici ed incontri sfociati poi nella partecipazione alla Quadriennale di Roma del 1975 e successivamente alla Biennale di Venezia del 1976.
Emerso alla Biennale di Venezia del 1990 con i suoi Nidi di Rondine, Jannini si e’ mostrato al gran pubblico per le sue audaci installazioni, facendosi conoscere per le singolari immagini realizzate con elementi delle tecnologie avanzate, quali microcircuiti stampati, microprocessori e chips elettronici, abilmente calibrati e messi in rapporto ad altri elementi come nidi di rondine, buste air mail, pittura ad olio, fotocolor e luci al neon.
Castel dell’Ovo
presso via Partenope Borgo Marinari
dal lunedi’ al sabato 10 – 13 / 16 – 19
domenica 10 – 13
Ingresso gratuito
ottobre 20th, 2009
La penna di 10 grandi scrittori e la matita di Henning Wagenbreth
per un ideale, enorme graffito contro l’intolleranza
Il 20 ottobre 2009 alle 18.30 verrà inaugurata presso la sede dell’associazione culturale Hde, alla presenza dell’autore, la mostra -1989- di Henning Wagenbreth, che ospiterà le tavole originali del libro omonimo, edito dalla casa editrice Orecchio Acerbo, nonche’ altri lavori dell’illustratore tedesco.
Considerato tra i piu’ interessanti e originali illustratori europei, con Mond und Morgenstern – La luna e la stella del mattino – Wagenbreth e’ stato insignito del premio “Il libro piu’ bello del mondo”.
Il 9 Novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. A vent’anni da quello storico evento esce “1989″, un libro ideato e nato in Italia per le edizioni Orecchio Acerbo con la collaborazione del Goethe-Institut Italien. Pubblicato in altri cinque Paesi europei (Francia, Germania, Polonia, Russia e Spagna) grazie all’iniziativa dell’editore italiano e del Goethe-Institut, racconta il Muro a quella generazione venuta dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania Est e Ovest.
“1989″ e’ un’antologia di dieci racconti scritti da dieci grandi autori europei, e illustrati dallo Henning Wagenbreth, grande illustratore dell’avanguardia tedesca.
Per l’Italia il racconto e’ un inedito di Andrea Camilleri. Gli altri autori sono: Ingo Schulze, Didier Daeninckx, Ljudmila Petrusevskaja, Elia Barceló, Heinrich Böll, Max Frisch, Jirí Kratochvil, Olga Tokarczuk e Miklós Vámos.
L’evento dà il via a una serie di numerose iniziative che si svolgeranno in tutta Italia (da Palemo a Milano) e in tutta Europa. In contemporanea, in altre sedi (tra le quali anche il Goethe Institute di Napoli, il 21 ottobre) verranno esposte le riproduzioni delle illustrazioni originali del libro ospitate da Hde, arricchite da una sezione didattica, proprio per coinvolgere i giovani su un tema di grande rilevanza storica, quale la caduta del muro di Berlino.
Berlino. Israele-Cisgiordania. Stati Uniti-Messico. Corea del Nord-Corea del Sud. Cipro greca-Cipro turca. Spagna-Marocco. Arabia Saudita-Yemen. India-Pakistan. Thailandia-Malesia. Botswana-Zimbawe. Belfast. Bagdad. Hoek Van Holland. Padova: muri famosi e quasi sconosciuti, grandi e piccoli. A guardarli, sembrano costruiti con mattoni, filo spinato, blocchi di cemento, corrente elettrica, sensori agli infrarossi. Tutti sono tenuti in piedi da un unico, misero impasto: diffidenza, egoismo, paura, odio che separano gli uomini per il colore della pelle, la religione, la cultura, la ricchezza.
I partner dell’iniziativa sono: Accademia d’Ungheria, Ambasciata di Francia in Italia, Ambasciata di Svizzera in Italia, Biblioteca Europea di Roma, Instituto Cervantes, Istituto Culturale Ceco e Istituto Polacco di Roma.
Inaugurazione martedi’ 20 ottobre 2009, ore 18,30
Hde arte editoria dedign
Piaqzzetta del Nilo 7, Napoli
Ingresso libero
ottobre 19th, 2009
“La ricerca sulla percezione con la fotografia artistica di Roberto Simoni diventa chiara quando il suo concetto non si relaziona ad una fotografia documento o situativa.
Le opere di Roberto Simoni vanno oltre il soggetto rappresentato e riflettono una intima presa di posizione
Ogni immagine dimostra che non bisogna fidarsi della fotografia per essere comunque attratti da una profondità di uno spazio visivo.
Siamo affascinati ed il nostro sguardo e’ incuriosito dalle sue idee, siamo spinti nel voler credere ai nostri occhi”.
(Stefan-Maria Mittendorf)
“Le foto di Roberto Simoni sono percorse da una strana vibrazione verticale, piu’ che mistica direi meditativa, che le sorregge, che le difende dalla feroce banalità degli elementi, che le salva proprio sul precipizio del senso che si cela dietro gli universi immaginifici dell’aria, dell’acqua e della terra.
Per certi versi, sono le foto che l’occhio dell’uomo ha sempre fatto, sin dai tempi delle caverne.
Sono l’arcaico che ci portiamo dentro, tradotto pero’ in un’eleganza tutta contemporanea, quasi ammiccante, sottilmente autoironica.
Le foto di Simoni, cosi’ pulite e precise, ci obbligano in qualche modo a cercare l’imperfezione, a pensare il diverso.
Ci chiedono di sfogliare quel catalogo disordinato d’immagini e ricordi che conserviamo dietro ai nostri occhi.
Sono le foto che abbiamo scattato piu’ volte nella nostra testa.
Vi e’ un principio antropologico, una sapienza primitiva e sincera che spira dalle foto di Simoni, una sapienza che pare le faccia respirare ed estendersi oltre la cornice: e’ forse questa la strana vibrazione che le salva, che non le lascia affogare nella banalità del mare.
Perche’ non c’e’ niente di piu’ facile per un artista che annegare quando si confronta col mare, quando sfida le sue luci, i suoi riflessi, le sue onde assassine, impugnando un piccolo, imbecille aggeggio fotografico.
Cos’e’ una lente in confronto al mare? Cos’e’ un occhio umano, quando davanti gli si spiega un blu cosi’ disperatamente ignoto?
Roberto Simoni sembra l’abbia capito, per questo le sue fotografie sono arte, un’arte dominata, controllata, consapevole, magari non selvaggia ne’ rivoluzionaria, ma un’arte che conosce la misura delle cose: e oggi come oggi, non e’ roba da poco.”
(Federico Italiano)
Inaugurazione venerdi’ 16 ottobre 2009, ore 19-22
GALLERIA OVERFOTO
vico San Pietro a Majella 6, Napoli
Orari: mar-ven 11-13 e 16,30-19,30, sab 11-14
Ingresso libero