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ottobre, 2008
ottobre 25th, 2008
Venerdi’ 24 ottobre 2008 , alle ore 19, Dina Caro’la, in via Orazio 29 , Napoli, inaugura una mostra personale di Toni Costa (Padova 1935) Toni Costa e’ uno storico esponente del -gruppo N-, collettivo di lavoro e ricerca fondato a Padova nel -59 con Massironi, Biasi, Landi e Chiggio. Il -gruppo N- diverrà insieme al -gruppo T-(formato, tra gli altri, da Varisco, Anselmi, Colombo,Boriani, De Vecchi) di Milano il principale protagonista italiano dell’Arte Programmata e Cinetica. Il movimento dell’Arte Cinetica che si sviluppa in quegli anni in tutta Europa, ha come caratteristica l’esigenza di creare le condizioni per un lavoro di equipe come modello ideale per un continuo processo di sviluppo artistico.
L’analisi sistematica dei fenomeni percettivi diviene il centro della poetica di questi artisti che non a caso preferiscono definirsi -operatori visivi-, o anche -ricercatori visuali-. I domini dell’arte incontrano quelli dell’indagine scientifica, trasformando l’opera in luogo della ricerca e spazio della sperimentazione. Un insieme di regole logico-matematiche che assurge a sistema diventando esperienza conoscitiva, dileguandosi nel reale come espressione di un ideale ordinamento razionale.
Dalla metà del secolo ad oggi Costa ha partecipato a tutte le esposizioni ufficiali dell’arte programmata, ribadendo la singolarità di una ricerca che Getulio Alviani ha definito -arte esatta-, coltivando e proseguendo le pratiche e le scoperte dei costruttivisti russi, del neoplasticismo di Mondrian, del Bauhaus tedesco. Le opere di Toni Costa sono presenti nei piu’ prestigiosi musei del mondo, dal Moma di New York alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, a conferma di una delle ricerche piu’ emblematiche dell’arte cinetica e delle -Nuove tendenze-, dal nome di una serie di esposizioni ideata a Zagabria al principio degli anni -60 che ha avuto un fortissimo impatto non solo artistico, ma anche ideologico e sociale.
In occasione della sua prima mostra presso la galleria l’artista presenta una significativa selezione di lavori degli anni 60 e 70.
Inaugurazione 24 ottobre 2008
Dina Carola
Via Orazio 29 – Napoli
Ingresso libero

ottobre 25th, 2008
Di origine israeliana, ma residente in America da piu’ di vent’anni, Rhea Carmi usa l’elemento geometrico quale forma espressiva non solo della sua arte, ma anche della propria personalità e del proprio vissuto. La geometria costituisce l’ordine delle cose anche in Natura, dove tutto deve quadrare e nulla viene trascurato o dato per scontato. Nell’opera della Carmi nulla viene trascurato perche’ tutto e’ fondamentale, nell’arte come nella vita: nulla si ottiene per approssimazione, ma solo attraverso lotta, fatica, rigore.
E’ la lezione appresa da suo marito, un sopravvissuto della triste stagione dell’Olocausto e anche tramandata dal suo popolo d’Israele: quella di non arrendersi mai alle impervietà e alle difficoltá dell’esistenza, ma lottare con rigore e fatica per ottenere cio’ in cui si crede.
L’aspetto scientifico della sua personalità la porta a suddividere il campo pittorico in maniera regolare e regolata dall’alternarsi di linee verticali e orizzontali; ma l’artista non vuole neanche indulgere ad un geometrismo puro e fine a se stesso perche’ la sua energia vitale e la forza della passione la conducono a virare verso un universo piu’ ricco e piu’ esteso fatto di emozioni e sentimenti.
Le sue -architetture- sono predisposte per cedere il posto al colore e soprattutto alla luce introdotta attraverso l’uso del giallo violentissimo e dei bianchi abbacinanti. La luce nel suo piu’ alto accento simbolico di catarsi non quale purificazione del se’, ma
quale spiraglio ed emersione dal buio, dal male, dalle avversità; e’ la continua lotta per la vita , l’alternanza di avversità e trionfi, espressa attraverso la scansione di linee geometriche e di colori in gran parte primari che si alternano e si susseguono con ritmo incessante come incessante e’ il ritmo della vita e la personalità dell’artista.
Centro culturale Villa di Donato
Piazza S. Eframo Vecchio, Napoli
La mostra sarà aperta fino al 23 Novembre 2008
e sara’ visitabile su appuntamento telefonando ai numeri: 081 660216 – 081 665456 – 335 6924214
ingresso libero
ottobre 23rd, 2008
-Amo tanto i seminari, a volte mi offrono strutture pubbliche per lavorare attraverso gli acquarelli. Ancora di piu’ mi tenta lasciare tutti i miei obblighi e andare fuori con un gruppo di persone a trascorrere una decina di giorni a lavorare con la pittura e l’acqua e a parlare di colori e di carte, di gesti e di composizioni, di emozioni e di controllo e piano piano il nostro corso, piu’ che incontro di pittura diventa un’esperienza di vita.- P. Cano
Pedro Cano nasce nell’agosto del 1944 a Blanca, una piccola cittadina della provincia spagnola di Murcia, l’artista ha iniziato a dipingere dall’età di 10 anni come autodidatta. Ha studiato prima all’Accademia San Fernando di Madrid e successivamente all’Accademia delle Belle Arti spagnola di Roma. Ha vissuto in Spagna, America Latina e Stati Uniti, ma risiede ad Anguillara, una piccola cittadina a 30 chilometri da Roma di cui e’ stato nominato cittadino onorario. Viaggiatore infaticabile, specie nell’area mediterranea, Pedro Cano trasmette alle sue opere le sensazioni ricavate da luoghi e atmosfere.Ha esposto in tutto il mondo, curando anche le scenografie di alcuni allestimenti teatrali come -Le Memorie di Adriano- di M.Yorcenaur con la regia di Maurizio Scaparro. E’ membro dell’Accademia Real di Belle Arti di Santa Maria Arrixaca ed e’ stato insignito dal re Juan Carlos dell’Encomienda de l’Orden de Isabella Cattolica.
Dal 23 ottobre al 28 novembre
Mostra: 20+20
Dal 27 al 31 ottobre (09:00 / 13:00)
Workshop di pittura a cura di Pedro Cano: il nudo
Il 30 ottobre (18:00)
Proiezione di 4 film sulla vita e l’opera dell’artista
Istituto Cervantes
via Nazario Sauro, 23 – Napoli
ottobre 21st, 2008
La mostra riunisce una selezione di opere di Robert Rauschenberg provenienti dalle serie -Cardboards-, -Venetians-, -Early Egyptians-, -Hoarfrosts- e -Jammers-. L’interesse di Rauschenberg per altre culture e l’esperienza dei diversi viaggi che ha compiuto si riflettono in queste opere che furono create tra il 1970 e il 1976. Per la prima volta dalla loro produzione sino ad ora per lo piu’ ignorate, stanno ricevendo il riconoscimento che meritano.
Alla sua terza tappa, dopo Porto e Monaco, la mostra e’ ospitata dal Museo Madre di Napoli dal 22 ottobre, il giorno del Compleanno dell’artista. Il progetto internazionale, a cura di Mirta d’Argenzio, e’ stato organizzato dalla Fundação de Serralves, Museu de Arte Contemporânea di Porto e coprodotta dalla Haus der Kunst e dal Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina di Napoli.
Negli anni ‘70 i viaggi di Rauschenberg lo portarono in Italia, in Francia, a Gerusalemme e in India. Le serie qui presentate che furono create durante o immediatamente dopo questi viaggi mostrano eccezionale semplicità, vivacità e brillantezza grazie all’uso di nuovi materiali e tecniche. Durante questo periodo Rauschenberg creo’ opere fatte di cartone, di stoffa e oggetti ritrovati. In tutte e cinque le serie l’artista si confronta con i classici problemi della pittura, come la composizione, il colore e la struttura, ma anche con quelli della scultura come il peso, l’equilibrio e la posizione dell’oggetto nello spazio, il tutto con la sua tipica inventiva.
I Cardboards
In questa serie creata tra il 1971 e il 1972 Rauschenberg utilizzo’ soltanto pezzi di cartone trovati. La sua decisione di limitare i materiali al cartone e alle scatole di cartone coincise con il suo trasferimento sull’isola di Captiva nel sud della Florida. Dopo un periodo di grandi successi a New York, Rauschenberg stava cercando un nuovo modo di concentrarsi; si trasferi’ nel 1970 ed era alla ricerca di un materiale che si potesse trovare in ogni parte del mondo per la sua nuova serie. -Non sono mai stato in un posto dove non ci fossero scatole di cartone- persino in Amazzonia- (Rauschenberg 1991).
Rauschenberg fu il primo a usare solo il cartone per quadri, sculture e installazioni di ampio formato senza trattarlo come decoro pittorico o soggiogarlo in qualche modo. Scopri’ la qualità espressiva dei materiali d’imballaggio, unendo il linguaggio dell’astrazione formale a quello della vita reale, allo stesso tempo mantenendo interamente il carattere del materiale. E fu proprio il cartone, destinato di solito ad essere scartato, su cui concentro’ la sua attenzione: — Mi e’ nato il desiderio di lavorare con un materiale di scarto e morbidezza: le scatole. Qualcosa che dà, come unico messaggio, lo scherzo bonario di una collezione di linee impresse. Nuove forme che rivelano la silenziosa discussione della loro storia. Le scatole. Lavorate in modo comune con felicità-.
I -Cardboards- tendono ad essere monocromatici. Rauschenberg qui prosegue sulla scia dei quadri in bianco e nero puro dei primi anni. Cosi’ le tracce sulle scatole lasciate dall’uso sono fortemente accentuate: etichette, parole stampate, impronte di suole e dita, cosi’ come diversi segni di danneggiamento. Queste tracce si sovrappongono l’una sull’altra e danno informazioni sul passato della scatola. In quanto materiale universalmente reperibile, le scatole di cartone rappresentano anche il graduale conformismo del mondo governato dalle condizioni della sovrapproduzione capitalistica.
I Venetians
I -Venetians- furono creati tra il 1972 e il 1973 a Captiva dopo un viaggio a Venezia. Per questa serie Rauschenberg utilizzo’ prevalentemente materiali di produzione di massa e oggetti di scarto di uso domestico: stoffa, corda, legno, pelle, pietra, cavi e fili elettrici, sedie, vasi, cuscini, una vecchia vasca da bagno, acqua e ferraglia.
I -Venetians- sono piu’ scultorei rispetto ai precedenti -Cardboards- e meno astratti. Caratteristico e’ il riferimento all’immaginario veneziano che non e’ comunque puramente figurativo. Gli oggetti mantengono la loro indipendenza e identità e le analogie con l’aspetto della città sono soprattutto formali. Ad esempio l’osservatore trasforma mentalmente l’interno di un tubo rotto nel profilo di una gondola e un pezzo di legno nel remo di un gondoliere. (-Untitled [Venetian]-, 1973).
Rauschenberg era un assiduo visitatore della Biennale di Venezia a cui partecipo’ diverse volte. Fu uno dei primi artisti a rendere il carattere distintivo della città soggetto della sua opera: la sospensione del tempo nella laguna, il fascino intramontabile della città nonostante il graduale declino della sua bellezza.
In questa serie Rauschenberg ritorna ai suoi collage, alla giustapposizione di materiali e oggetti rinvenuti che una volta caratterizzavano i suoi combine-paintings.
Il titolo dell’opera, -Sor Aqua-, (1973) fa riferimento al Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi, una delle prime opere della letteratura italiana. I quattro elementi formano due serie di fratelli: Fratello Sole e Sorella Luna, Fratello Fuoco e Sorella Acqua. Frate Sole e’ il simbolo dell’illuminazione attraverso Dio. Nel lavoro di Rauschenberg pezzi curvi di metallo sono appesi sopra una vasca da bagno piena e si riflettono nell’acqua come nuvole. Anche la luce incidentale si rispecchia nell’acqua.
Gli Early Egyptians
La serie -Early Egyptians- fu creata nel 1973 e 1974. Il cartone e’ ancora un volta il materiale dominante, anche se il modo in cui viene trattato in questo caso e’ del tutto diverso: le scatole di cartone non sono appiattite o tagliate, ma quasi sempre usate come elementi costruttivi in queste opere di grandi dimensioni.
Rauschenberg, non senza una certa ironia, ricopre di colla le scatole di cartone e poi le fa rotolare nella sabbia o le avvolge nella garza come mummie. Dipingendo il retro delle scatole con inchiostro fosforescente crea un alone sul muro come se gli oggetti vi proiettassero ombre artificiali. -Le cospargo di un materiale speciale come se fosse colla. Poi le ricopro con due o tre strati di sabbia. Questo e’ cosi’, quando pensi che siano scatole, ti sembrano pietre. Poi dopo aver pensato che sono pietre, torni alla prima impressione. Non sono pietre! Pensi di nuovo che siano scatole. Quest’ambiguità e’ quello che mi piace. Poi ne dipingo il retro in modo che riflettano il colore sui muri. Come pietre che si sono addormentate dentro a un arcobaleno-.
Una parte della serie e’ stata eseguita a Captiva, un’altra parte a Parigi. L’interesse di Rauschenberg per l’antico Egitto e’ in parte ispirato da letture e in parte dalle visite al Louvre: l’artista non era mai stato in Egitto.
Mentre i -Venetians- sono leggeri e quasi coreografici, gli -Early Egyptians- richiamano l’idea del peso anche quando ne sono privi. Rauschenberg crea un effetto monumentale e allo stesso tempo lo mina alla base. In questo modo le opere pongono l’osservatore di fronte al problema della caducità e della continuità.
Gli Hoarfrosts
Per gli -Hoarfrosts-, eseguiti nel 1974 e 1975, Rauschenberg utilizzo’ i tessuti al posto dei tradizionali supporti in tela. Il titolo fa riferimento all’Inferno di Dante che Rauschenberg aveva già illustrato negli anni ‘50 con una serie di disegni che utilizzava la tecnica del transfer-drawing (-Inferno-, 1958/60). Accompagnato dal poeta Virgilio, Dante discende all’inferno, avvolto nella nebbia e nel gelo. L’inizio del XXIV canto indica: -quando la brina in su la terra assembra / l’imagine di sua sorella bianca-.
La tecnica e il contenuto di questa serie rimandano a lavori precedenti. Rauschenberg noto’ che la garza usata per pulire le lastre di pietra nella litografia manteneva tracce della carta da giornale. Usando un solvente che consente alle immagini di essere trasferite su tessuto, l’artista creo’ una serie di lavori su tessuto trasparente o semi-trasparente e trasferiva le immagini dai giornali su seta, cotone e chiffon. Nella maggior parte dei lavori diversi strati di tessuto stampato si sovrappongono, creando delicati palinsesti di grande profondità ed eleganza. All’inizio dominano i colori neutri, anche se vengono via via incorporati colori piu’ brillanti.
Gli -Hoarfrosts- parlano di disintegrazione e stati di suspense, di occultamento e di trasparenza, -presentando le immagini nell’ambiguità dell’improvviso immobilizzarsi nella messa a fuoco o del disciogliersi alla vista- (Rauschenberg).
I Jammers
Nel 1975 Rauschenberg lavoro’ per un mese in India in un ashram di Ahmedabad, un centro di produzione tessile. Una volta ritornato a casa esegui’ una serie di opere intitolate -Jammers- (1975-76) che sono vere e proprie esplosioni di colore. -Non mi sono mai concesso il lusso di quei bei colori brillanti fino a quando non sono stato in India e ho visto la gente andare in giro avvolta in quei colori o trascinarli nel fango. Mi sono reso conto allora che non sono cosi’ artificiali-.
I tessuti utilizzati per queste opere sono di forma rettangolare, quadrata e triangolare e i loro colori sono luminosi e intensi. Pendono morbidamente dai muri o sono attaccati a canne di bambu’ come veli in uno stato di equilibrio etereo.
Il titolo della serie si riferisce al windjammer, un veliero, e i titoli delle opere individuali come -Pilot- e -Sextant- sottolineano il riferimento marittimo. I -Jammers- richiamano alla mente le vele delle navi, le protezioni frangivento sulla spiaggia, il bucato appeso ad asciugare nell’Europa mediterranea e in Asia, gli stendardi medievali italiani o le bandiere dei monasteri tibetani. L’esotico viene accostato a tutto cio’ che e’ vicino e familiare, il sacro al profano. Cosi’ come nel caso della serie veneziana, i -Jammers- mettono in mostra le duplici qualità del riferimento figurativo e dell’astrazione.
Museo Madre
Via Settembrini, 79 Napoli
Orario: dal lunedi’ al venerdi’ ore 10.00 – 21.00
sabato e domenica ore 10.00 – 24.00
Giorno di chiusura: martedi’
Biglietti: Intero – 7.00, Ridotto – 3.50
Gratuito tutti i lunedi’
Audioguide – 4.00
ottobre 21st, 2008

Per la prima volta in Italia, verrà inaugurata a Napoli, nel Museo di Capodimonte, un’esposizione che include le opere eseguite lungo l’arco di tutta l’attività di Louise Bourgeois.
L’artista – divenuta negli ultimi decenni una icona della modernità – presenta un insieme di lavori che segnano il percorso della sua produzione artistica dal secolo scorso fino ai nostri giorni, in una consapevole riflessione che coniuga la poetica e gli assunti individuali con il dettato linguistico delle avanguardie artistiche contemporanee.
Nata a Parigi nel 1911, si trasferisce col marito Robert Goldwater nel 1938 a New York, dove vive e dove ha avuto modo di iniziare la sua carriera artistica vera e propria, spaziando, con la sua vastissima produzione, nell’uso di tecniche diverse, ma sempre specialmente rivolta alla creazione di forme scultoree.
La scultura coinvolge il corpo e quindi ha il potere di esorcizzare i demoni; e’ come definita la traccia della sua ricerca sempre tesa a scandagliare i traumi, le paure, le sofferenze. Le prime emozioni della sua infanzia in Francia sono trasferite nell’oggettività di grandi e piccole sculture attraverso un’ampia varietà di materiali dalla compattezza del marmo, al soffice dei tessuti e materiali sintetici.
L’esposizione a Capodimonte comprende circa sessanta opere, incluse due nuove installazioni della celebre serie delle Cells, mai esposte prima.
Le opere saranno collocate lungo il percorso del museo e nei nuovi spazi espositivi aperti di recente, in un dialogo con i dipinti e gli oggetti delle antiche e prestigiose collezioni permanenti del Museo di Capodimonte, a testimonianza, ancora una volta, della grande attenzione che la Soprintendenza e il suo piu’ celebre Museo hanno da tempo riservato all’arte contemporanea.
Nella Sala Causa saranno esposte, varie sculture sospese (hanging sculptures), in tecnica mista, realizzate dagli anni ‘60 ad oggi, tra cui il famoso Arch of Histerya (1993); nel cortile centrale della Reggia la grande Maman (1999) accoglierà, con l’inquietante altezza di oltre nove metri i visitatori, mentre, Crouching Spider (2003), occuperà lo spazio centrale della Sala degli Arazzi d’Avalos.
La cell, Peaux De Lapins, Chiffons Ferrailles A’ Vendre, e’ lo scrigno delle sue dolorose ossessioni e sarà allestita – per la prima volta – in una delle sale della pittura del Seicento napoletano, accanto alle due versione dell’Apollo e Marsia, realizzate da Jusepe de Ribera e da Luca Giordano.
Nella grande sala dedicata a Luca Giordano, sarà esposta -anch’essa per la prima volta – la cell The last Climb, che rappresenta lo scorrere del tempo ed il percorso della vita.
Una preziosa raccolta di lavori di piccola dimensione troverà una degna cornice nelle vetrine della Wunderkammer, al -piano nobile’ del Museo, in un affascinante confronto con i preziosi manufatti dell’antica e celebre raccolta di Casa Farnese.
L’esposizione intende testimoniare, inoltre, la molteplicità di tecniche, materiali e soluzioni che l’artista utilizza, compresa la grafica piu’ recente.
In conclusione, un -omaggio’ piu’ che dovuto a una delle personalità piu’ rilevanti e significative del panorama dell’arte contemporanea.
Museo di Capodimonte
via Miano 2 Napoli
Orario mostra 10.00 – 19.00
Orario museo 8.30 – 19.00
La biglietteria chiude alle ore 18.00
Mercoledi’ chiuso
ottobre 17th, 2008
Affascinata dall’aspetto tridimensionale e dalla possibilità di riutilizzare oggetti d’uso quotidiano, Maria Francesca Tripaldi si avvale delle caratteristiche plasmabili della materia che sin dagli anni novanta sono state il fulcro di una produzione pittorica -ecologica-, frutto del riuso e del riciclo di materiali come lotta al consumismo.
Nelle opere proposte ci sono lavori di grandi e medie dimensioni, -gioielli di materia- realizzati sempre su supporti -poveri- e colorati senza mai avvalersi dei tradizionali pennelli. L’artista, infatti, si serve in genere di bombolette spray o di spatole per stendere le colorazioni acriliche.
Nel ”laboratorio” della pittura della Tripaldi niente e’ mai finito (nel senso dell’irraggiungibile) e ci sono disseminati impedimenti, oggetti che resistono a qualsiasi funzione, corpi cinematici, contraffazione della dissomiglianza dell’uguale.
Non si tratta di ”ready-made” o di prelievi dalla realtà utilizzati (o, perlomeno, non solo di questo) ma della dissipazione del se’ e del proprio mondo, che Maria Francesca si porta addosso come un Diogene ambulante, come un filosofo esistenzialista. Pittura come de’pense. Piuttosto che la ricerca del tratto o la forma delle cose e’ il colore a dare il senso delle opere.
La scelta fatta da Maria Francesca Tripaldi dona spessore al colore tanto da trasformarlo in materia.
–le parole, troppo poco flessibili, han ceduto l’immaginario ai colori, piu’ flessuosi piu’ magicamente diretti. a volte. Le parole, dal cui urto son state colpite le persone, sembrano irriverenti. di un colore non si dirà mai irriverente. -quasi che le parole avessero ceduto il passo ai colori e che miei interlocutori possano essere solo le mie dita intinte nei pennelli, come a colorare una vita che sembra via.-
L’espressione artistica di segno astratto cerca linguaggi polimaterici utili a trovare altre espressioni per esprimersi. Attraverso i giochi di luci e la volontà di cogliere nei segni alcuni tratti di comunicazione la tela e’ trasformata talvolta in pentagramma perche’ si riconosce una sonorità, talaltra in foglio, perche’ se ne coglie la descrizione di una emozione.
Linguaggio nuovo per descrivere El Alma ossia il recondito, l’emozione nascosta, la possibilità
del sentimento, la storia dell’intimo, la valenza dell’interiorità. Mondi che hanno bisogno di esprimersi piu’ per l’impatto che per la descrizione. In questo, il linguaggio della Tripaldi arriva netto ponendosi sul discrimine dell’adesione o della distanza, mai lasciando nell’incertezza o nell’indifferenza.
L’Atelier
via Tito Angelini, 41 – Napoli
| TELEFONO |
081 5581367 |
| FAX |
081 19565579 |
ottobre 17th, 2008
Trenta i film in lingua originale con traduzioni simultanee, due grandi anteprime e una produzione del festival sono i numeri della tredicesima edizione di Artecinema, che si svolgerà a Napoli dal 16 al 19 ottobre prossimo presso il Teatro Augusteo.
Curato da Laura Trisorio, Artecinema e’ uno dei piu’ importanti festival italiani interamente dedicati al documentario sull’arte; e’ diviso in tre sezioni – Arte e dintorni, Fotografia, Architettura – ed e’ arricchito da incontri e dibattiti con registi e produttori.
Per la sezione Arte&Dintorni, Artecinema presenta in anteprima europea un intenso documentario su Louise Bourgeois, diretto dalle statunitensi Marion Cajori ed Amei Wallach (The Spider, The Mistress and The Tangerine).
Grazie alla presenza di Amei Wallach, critico d’arte alla sua prima prova di regia, il pubblico del festival potrà ascoltare le fasi cruciali della realizzazione del complesso lungometraggio, che copre un intervallo di tempo di 12 anni e racconta la vita della notissima scultrice – oggi 97nne – alla quale il Museo di Capodimonte dedica, proprio nei giorni del festival, un’ampia mostra.
In anteprima assoluta, Ettore Spalletti, un ritratto del grande artista italiano firmato da Pappi Corsicato per Artecinema Produzioni. La pellicola sarà presentata dal regista.
Il festival offre una preziosa occasione per comprendere la poetica degli artisti, conoscere a fondo il loro lavoro e vedere come la critica ed il pubblico di altri paesi hanno accolto nel tempo il loro linguaggio.
La grande mostra di Anish Kapoor presso il museo di Monaco di Baviera, e’ il soggetto del film diretto da John Wyver, regista e produttore britannico, che sarà a Napoli per presentare il suo film.
Vedremo un insolito Damien Hirst in veste di collezionista (Damien Hirst: Addicted to Art) e documentari su Francis Bacon, Rebecca Horn, Richard Serra, Gregor Schneider, Gerhard Richter, Bob Wilson, Ernesto Neto, Christo, Keith Sonnier, Takashi Murakami, Antony Gormley, Pablo Picasso, Keith Haring e Daniel Buren che sarà presente in quei giorni a Napoli con un progetto in situ presso lo Studio Trisorio.
Tra gli altri registi italiani selezionati in Arte&Dintorni, Massimo Andrei, brillante regista di Mater Natura, presenta il ritratto di una giovane artista campana, Roxy in The Box, in Schiaffilife.
Nella sezione Fotografia sono in programma film su Andres Serrano, Edward Weston e Hiroshi Sugimoto, mentre la sezione Architettura presenta l’inedito di Branca Bodganov sull’edificazione del nuovo ICA (The Institute of Contemporary Art) di Boston.
-Il Festival- afferma Laura Trisorio -e’ uno strumento straordinario per conoscere il mondo degli artisti dal di dentro. Un’occasione rara per sentirli parlare del loro lavoro, entrare nei loro atelier, vederli all’opera mentre preparano una mostra. Grazie anche alle proiezioni in lingua originale, al sito ed al catalogo in italiano e inglese, il festival e’ sin dalle prime edizioni un appuntamento molto seguito da appassionati di cinema ed arte provenienti da tutto il mondo-.
Durante gli incontri che precedono i loro film in programma ed al termine delle proiezioni, i registi saranno a disposizione del pubblico per le domande. Le conversazioni si terranno in lingua originale con traduzione simultanea in italiano. Il programma completo del festival e’ su http://www.artecinema.com.
Artecinema
Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea
13ma Edizione
16, 17, 18, 19 ottobre 2008, Ore 17/24
Teatro Augusteo
Piazzetta Augusteo Napoli
Ingresso alle proiezioni e catalogo: gratuito
Lingua Originale/traduzioni simultanee
ottobre 17th, 2008
Dal prossimo 16 ottobre il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ospita per la prima volta una grande mostra dedicata alle straordinarie opere (scultore, affreschi iscrizioni) che in quasi tre secoli di scoperte sono state restituite da quel miracolo archeologico che e’ l’antica Ercolano.
Se Ercolano, insieme a Pompei e alle ville di Oplontis, e’ stata dichiarata dall’Unesco nel 1997 -Patrimonio dell’Umanità- e’ perche’ con i suoi stupefacenti resti offre una testimonianza della vita e della società romana con tanta abbondanza di particolari e con l’immediatezza della conservazione da potersi ritenere unica al mondo. Le altissime temperature sviluppate dall’eruzione del Vesuvio hanno infatti determinato a Ercolano un fenomeno di conservazione assolutamente originale e in larga misura privo di confronti anche nella stessa Pompei, al di là degli affreschi e delle sculture. Ercolano ha restituito le testimonianze piu’ ricche e complete del mondo antico, riferite anche ad aspetti e temi della vita quotidiana e della società romana (religione, ambito domestico, abbigliamento, arredi): materiali organici, carbonizzati, di ogni genere, quali tessuti, papiri, legni, commestibili, tavolette cerate, tutte preziosissime fonti di informazione per quegli aspetti -minori- e quotidiani della civiltà romana.
La terribile eruzione del 79 d.C., che in una notte cancello’ uomini e cose, ha fatto si’ che a noi giungesse una città intera, ancora pullulante di vita, sia pure nelle forme proprie impresse da una catastrofe appena compiuta: tetti scoperchiati, muri abbattuti, porte scardinate, statue travolte, suppellettile disseminata ovunque, tutto pero’ in larga misura recuperabile o ricomponibile e, quel che piu’ conta, fresco e vivido come mai accade negli scavi condotti in altre zone archeologiche del mondo, ove il tempo ha avuto modo di sgretolare gradualmente le strutture e le opere originarie, o in altri casi di trasformarle, di inglobarle, spesso di distruggerle completamente. Per tutto quello che invece e’ venuto alla luce a Ercolano, da un punto di vista conservativo, il tempo non e’ trascorso dalla notte del 79 fino al momento della scoperta. In questa mostra sono per la prima volta materialmente ricongiunte e presentate al pubblico quasi tutte le opere della grande statuaria restituite dalla città, che appartengono a stagioni diverse della storia degli scavi e che ne hanno determinato il diverso destino quanto a luogo di conservazione e quindi anche di potenziale fruizione.
La plurisecolare storia degli scavi di Ercolano, iniziata per caso nei primi anni del 1700, visse infatti una prima stagione per impulso del re Carlo di Borbone che nel 1738 diede ufficialmente inizio alle esplorazioni per cunicoli sotterranei. Le opere di particolare pregio venivano trasportate nell’Herculanense Museum, ricavato nell’ala del Palazzo Caramanico della Reggia di Portici che frattanto Carlo di Borbone aveva fatto costruire, affinche’ visitatori di rango e studiosi, previo permesso regio, potessero ammirarli. Alla stagione delle esplorazioni borboniche, appartengono principalmente il Teatro, la Villa dei Papiri, la Basilica Noniana e l’Augusteum (cd. Basilica), gli imponenti cicli scultorei dei quali, trasferiti nel 1822 dall’Herculanense Museum al Palazzo degli Studi a Napoli, che sarebbe diventato il Real Museo Borbonico e quindi, con l’Unità d’Italia, il Museo Archeologico Nazionale di proprietà dello Stato, vengono ora per la prima volta con questa mostra riuniti e presentati al pubblico in tutta la loro magnificenza.
Artefice della grandiosa e sistematica operazione di scavo a cielo aperto e di contestuale restauro e’ stato invece Amedeo Maiuri, che fra il 1927 e il 1958, ha messo in luce la massima parte dell’attuale parco archeologico. Nello scavo dell’antica Ercolano Amedeo Maiuri concretizzo’ la sua idea di offrire ai visitatori un suggestivo esempio di città-museo e per far cio’ allesti’ un piccolo Antiquarium nella Casa del Bel Cortile e ricolloco’ molti oggetti in sito, anche a prezzo di qualche tradimento rispetto ai reali contesti di rinvenimento. Tutte le opere provenienti da questi scavi sono rimaste convenientemente a Ercolano e, insieme a quelle scaturite dagli scavi eseguiti negli ultimi venti anni, fra cui la statua loricata di Nono Balbo, gli splendidi rilievi arcaistici e la peplophoros e l’Amazzone dall’area della Villa dei Papiri. Queste sculture saranno tutte in mostra e verranno poi esposte nell’Antiquarium di sito, la cui apertura al pubblico e’ prevista per la fine del 2009, offrendo un utile e non comune complemento alla visita. In occasione della mostra, l’atrio monumentale del Museo ritorna al suo antico decoro, rivivendo come spazio espositivo. Il percorso della mostra, che comprende oltre 150 opere, e’ articolato in sezioni opportunamente definite da uno scenografico gioco di luci, che simboleggia la distanza tra la vita immortale degli dei e la caducità della vita umana.
L’esposizione ha infatti inizio con la viva luce, che illumina le figure di dei, eroi e delle dinastie imperiali, cosi’ come ci appaiono nelle sculture di Ercolano (in particolare quelle provenienti dall’Augusteum), come non e’ certo frequente trovare con tanta abbondanza e varietà in altri contesti archeologici.
Prosegue con una luce in graduale attenuazione nelle successive sezioni, dedicate rispettivamente alle illustri famiglie ercolanesi che con atti di munificenza privata contribuirono al rinnovamento edilizio della città nella prima metà del I secolo d.C. (Marco Nonio Balbo e la sua famiglia, Lucio Mammio Massimo) e alle numerose sculture della Villa dei Papiri, che hanno fatto di questa villa un caso eccezionale nel panorama dell’archeologia italiana, osservatorio privilegiato per la comprensione del ruolo svolto dalla cultura greca presso le classi dominanti della tarda repubblica romana.
Una luce piu’ soffusa si diffonde sui ritratti della gente comune, significativamente accostati alle liste dei cittadini incise su marmo (cd. Albi degli Augustali), mentre le tenebre avvolgono gli scheletri dei fuggiaschi, una delle piu’ straordinarie scoperte archeologiche degli ultimi decenni. Uomini, donne e bambini avevano cercato rifugio sull’antica spiaggia e negli ambienti voltati prospicienti il mare quando con improvvisa, immediata brutalità, il primo surge si abbatte’ su di essi, catturando per sempre, come in una macabra istantanea, il loro ultimo istante di vita. Anche nell’archeologia della morte Ercolano ha rivelato la sua eccezionalità, offrendo allo studio di antropologi, vulcanologi e archeologi un campione di popolazione ben diverso e ben piu’ ricco e promettente di quello che di norma proviene dalle necropoli.
L’ultima sezione, dedicata ai tessuti da Ercolano, prende spunto da un recente ritrovamento effettuato dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Nell’ambito dello scavo della Villa dei Papiri e dell’Insula Occidentalis, e precisamente sulla terrazza del porticato adiacente al grande complesso termale dotato di piscina calida, e’ stata rinvenuta, nel luglio 2007, una massa informe di materiale organico, nei pressi di una borsa di cuoio, di legni carbonizzati pertinenti ad imbarcazioni e di una rete con pesi di piombo. Il microscavo certosino della massa informe ha consentito di recuperare un esteso frammento di tessuto, forse canapa, che nel suo aspetto consolidato verrà presentato per la prima volta al pubblico.
Per l’occasione si esporrà anche una ridotta, ma significativa, selezione di tessuti provenienti da Ercolano e da Pompei, che fanno parte di una raccolta del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rimasta ad oggi sconosciuta al grande pubblico: la piu’ grande collezione del mondo romano, costituita da 180 reperti tessili. Accanto a sacchi, sacchetti e piccoli borsellini, sono conservati pezzi in tela di cui sembra lecita l’attribuzione ad indumenti personali, quali tuniche e mantelli. L’esposizione di reperti tessili sarà integrata da un repertorio iconografico costituito da sculture e affreschi vesuviani, che consentiranno di inquadrare meglio i tessuti nel loro originario contesto d’uso: l’abbigliamento.
Museo Archeologico
Piazza Museo Nazionale, 19 – Napoli
Orari: dalle 9 alle 19.30. Chiuso martedi’
Biglietto: intero eueo 10 ridotto euro 6,75
La mostra e’ inserita nel circuito Campania Artecard
Prenotazione obbligatoria per gruppi, scuole e visite didattiche
tel. 848800288 – + 39 081 4422149
ottobre 12th, 2008
Trenta opere dell’ultima produzione di Cono, giovane artista napoletano alla sua prima esperienza espositiva, ma con un bagaglio di vita intenso, nonostante la giovane età, formato dagli anni in Inghilterra ed in giro per l’Italia, prima di stabilirsi di nuovo a Napoli. Persona volitiva e piena di iniziative, si inizia all’arte con la grafica, disegnando inviti per molte discoteche e locali di Napoli e dintorni negli anni novanta, ancora ragazzo, riscuotendo consensi e continue richieste.
In Inghilterra, a Londra si reinventa grossista di scarpe e vive a stretto contato con le gallerie e i locali di tendenza della capitale inglese. Nelle sue opere si racconta di una umanità senza pulizia e chiarezza, di uno stato di cose generali che pongono l’uomo come oggetto in mezzo ai suoi oggetti, nel caos della quotidianità, oramai mostri in mezzo ai rifiuti di una civiltà che si calpesta.
Opere dall’impatto emozionale forte, dove confrontarsi con la rappresentazione di tali mostruosità ci rende nervosi, ci fa catapultare in un rifiuto di quello che siamo e nella retorica di quello che non c’e’ piu’. Istintive ed immediate, le opere di Giampaolo Cono sono l’apoteosi del nichilismo, di un uomo ormai stretto nella sua gabbia, lontano dalla collettività e intento ad abbrutirsi sui suoi mezzi di trasporto. In questa prima personale, l’artista propone una decina di tele in cui la rete come elemento e come metafora di un’impossibilità di relazioni, dove l’accavallarsi delle strutture eliminano la natura, diventano giungle di linee e intersezioni, dove l’uomo non e’ piu’ parte, e non puo’ esserne parte perche’ la tecnologia e la globalizzazione ci regalano strutture di potere. Linguaggio semplice e non mediato da precedenti esperienze scolastiche specifiche, e si coglie d’impatto la naturalezza e l’istintiva forza che Cono utilizza per le sue opere, contrapponendo i colori e le forme per strutture fatte di sole linee che affascinano per la ripetitività quasi ossessiva che pero’ e’ sempre in divenire come nuove e diverse dalle precedenti in un gioco di spazi e profondità che si rivelano dopo uno sguardo attento.
La sua figurazione e’ figlia di linguaggi contemporanei, che si mischiano e creano una nuova e diversa figurazione che attinge alle esperienze dei graffitari e delle arcaiche figurazioni rupestri in un mix dove la bellezza lascia il passo ad un bisogno pressante di racconto della società e delle sue malattie; sono in fondo un grido contro il degrado, contro la violenza, contro una condizione da non accettare.
Nuovo linguaggio metropolitano da sondare ed interpretare per una maggiore comprensione di una nuova visione che serpeggia tra i giovani del mondo alla ricerca di una vera identità, quasi ad esorcizzare il brutto-questa mostra di Giampaolo Cono, sarà uno stimolo ad immaginare un nuovo ambito, una nuova umanità che sappia essere protagonista nuda e senza sovrastrutture che la ingabbiano.
Siamo un’ umanità in rete, persa nel solco del potere economico e’ tempo di ritrovare un sistema condivisibile e Cono ci prova con la forza dell’istinto e con l’esperienza del vissuto.
Galleria Merliani 137
via Giovanni Merliani, 137 – Napoli
ottobre 10th, 2008
Che un giovane di 28 anni possa essere tifoso di una squadra di calcio e’ cosa piu’ che normale, insolita invece la possibilità che un giovane francese diventi tifoso di una squadra di calcio italiana (l’Inter) e che costui di professione artista, decida poi di dedicare un lavoro allo stadio della sua squadra del cuore.
L’idea che da il via al progetto 82955 – San Siro e’ quella di realizzare una pittura per ogni posto dello stadio San Siro di Milano. Si tratta di un progetto di pittura ed una performance che si sviluppa sul tentativo di realizzare una serie di immagini multiple ed uniche allo stesso tempo utilizzando le tecniche di pittura e della stampa manuale.
Ogni pittura e’ di formato 7cm x 5cm (il formato classico delle figurine Panini) e rappresenta sempre la stessa immagine : un disegno stilizzato (il potenziale spettatore) il numero ed un fondo colore che indica uno dei quattro settori dello stadio di Milano (verde, rosso, blu, arancio).
Ogni immagine e’ un modulo che si moltiplica da uno a ottantatremila trasformandosi ad ogni riproduzione in qualcosa di unico e diverso. In questo modo non esiste piu’ una selezione sull’immagine, ma piuttosto una accettazione totale di qualsiasi risultato prodotto nei limiti del progetto.
In galleria saranno esposte tutte le 82955 immagini prodotte, riempiendo le pareti fin quanto lo spazio architettonico permette. Tutte le immagini che non potranno essere esposte saranno contenute in quattro casse al centro della galleria dipinte con i colori delle pitture (un colore per ogni serie/settore dello stadio).
Unica variante al progetto iniziale e’ la realizzazione di una pittura raffigurante l’immagine di Maradona, la quale sarà la sola ad essere unica sotto tutti i punti di vista. Un evidente omaggio di Frederic Liver alla città di Napoli e ad un calciatore inimitabile.
Inaugurazione: Venerdi’ 10 Ottobre 2008 ore 18,00
annarumma404
via Santa Brigida, 76 – Napoli
Orario: da Martedi’ a sabato dalle ore 16,00 alle 19,30 e su appuntamento
Ingresso libero