La citta’ della distanza
Nel costruire la propria immagine la città ha imparato a riconoscersi nel destino profondo dei propri sedimenti. Di piu’, la città ha scoperto di essere il luogo per eccellenza del sedimento, dell’accumulo, della stratificazione. Il luogo dove il passato e il presente, per non dire il futuro, si ostinano a voler coincidere, insistono per raccontare le stesse storie, si sforzano di annullare il tempo nell’accumulo continuo del tempo. Per questa ragione la città e’ allo stesso tempo falsa e vera, e’ insieme il luogo del familiare e dell’estraneo. Per questo la città riassume e conserva le figure del tempo ma anche le distrugge nella loro ripetizione. Ecco, dal sentimento di questa distruzione nasce la città della distanza. Vale a dire il luogo in cui si rende evidente che la città non puo’ mai essere, ne’ esserci, contemporanea, non puo’ mai nascondere ne’ riconoscere il suo tempo. Precisamente da qui nasce la sensazione di immobilità sospesa e insieme di sprofondamento che lasciano i dipinti e le fotografie di Ernesto Morales.
Cosa resta di una città , se le togliamo l’esperienza contingente del nostro passaggio, se le sottraiamo la prospettiva agglutinante del nostro sguardo? O anche, cosa rimane di una città tenuta lontano dai nostri affetti, dai nostri ricordi, dalla nostra presenza? È da questi dubbi che si genera l’urgenza di una ricerca pittorica e fotografica che mette in gioco la distanza – che e’ distanza di campo, di punto di vista, e insieme di estetica e di poetica – per scoprire lo speciale spessore della città spogliata dalle figure del tempo. Ed e’ proprio l’esercizio di questa distanza che fa emergere i confini profondi che la città condensa su di se’, la massa insopprimibile che si deposita e si à ncora dentro e fuori di noi: ovvero lo spazio minaccioso del volume come unica forma, come vero e proprio sedimento della demarcazione psichica e sensibile a cui e’ sottoposto il nostro spazio vitale.
In queste opere la lente della distanza scopre il segreto della sottrazione, evidenzia il deserto che circonda i veri limiti sacrali delle nostre città , e insieme assegna al volume, assunto a vero totem figurativo, il senso profondo di una presenza. Perche’ nelle tele di Morales, pur nel disincanto della sottrazione, si rinnova l’illusione del volume come riproduzione di una presenza, come materializzazione di un’identità . Non importa che prenda corpo la presenza oppressiva (anche se nebulosa e intangibile) che domina le nostre città , sempre piu’ ostaggio di volumi che saturano lo spazio e impongono l’evidenza della propria presenza come unica presenza; non importa che sia la presenza di una città che ci entra dentro e allo stesso tempo ci lascia fuori, che e’ inaccessibile e allo stesso tempo ci rende inaccessibili: la scommessa di senso di questa pittura – scegliendo di affidarsi alla forza di documento della fotografia – e’ di puntare sull’illusione della presenza al di là della figura. Qualità rara tra le esperienze cosi’ prive di spessore dell’arte contemporanea, soprattutto perche’ questa pittura della presenza, questa pittura del senso non si concilia nella ricomposizione luminosa della figura, anzi assume su di se’ che alla figura si e’ definitivamente sostituito il volume della città , quello stesso volume che nella propria oscurità di agglomerato minaccia di surrogare ogni nostro principio di identità . Ecco cos’e’ che sprofonda nelle tele di Morales, e’ l’immagine di una città intrappolata tra due forze, tra la figura inevitabile dell’identità e la solida realtà di un volume che e’ metafora tangibile dell’avanzare minaccioso e compatto di un universo ostile, che e’ immagine definitiva dell’eteronomia che divora la nostra stessa presenza; che in questi dipinti e in queste fotografie e’ ancora viva ma omai relegata a poche macchie di colore che si depositano su aperture che piu’ che altro fanno pensare allo spazio tagliato delle feritoie.
Il deserto di segni (nonostante l’iscrizione calligrafica) e l’emergenza assoluta del volume portano la pittura di Morales a mettere in questione la nostra esperienza dello spazio, e il nostro modo di appartenergli. E attraverso questa pittura della sospensione ci rivelano una condizione che e’ il paradosso di cui facciamo quotidianamente esperienza: vivere senza soluzione una continuità e contiguità spaziale-e-temporale (con il nostro passato e il nostro futuro, con il nostro vicino e il nostro lontano) che in realtà non esiste. Il paradosso, cioe’, di vivere senza problemi qualcosa che non e’. Diceva Walter Benjamin che il merito della fotografia e’ quello di sottrarre la verità dell’istante alla falsa idea di continuità del tempo: ecco in questo senso la pittura fotografica di Morales sottrae alla continuità del tempo la presenza del volume, ci rende in un certo senso ragione della nostra contemporaneità , ci permettere di vedere in controluce il destino oscuro della città , e con il suo di intravedere il nostro. Ed e’ proprio del nostro destino che ci parla la città di Ernesto Morales, dove noi stazioniamo immobili sulla solidità del volume, come nani sulle spalle di giganti, e allo stesso tempo ci sporgiamo su uno spazio che sprofonda. Resta da capire se quello spazio sprofonda dentro di noi, nella nostra memoria, o se siamo noi a sprofondare con lo spazio.
Inaugurazione Venerdi’ 04 aprile 2008
PicaGallery
via vetriera, 16 -Napoli
Ingresso libero



