Archive | aprile, 2008

La citta’ della distanza

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Nel costruire la propria immagine la città ha imparato a riconoscersi nel destino profondo dei propri sedimenti. Di piu’, la città ha scoperto di essere il luogo per eccellenza del sedimento, dell’accumulo, della stratificazione. Il luogo dove il passato e il presente, per non dire il futuro, si ostinano a voler coincidere, insistono per raccontare le stesse storie, si sforzano di annullare il tempo nell’accumulo continuo del tempo. Per questa ragione la città e’ allo stesso tempo falsa e vera, e’ insieme il luogo del familiare e dell’estraneo. Per questo la città riassume e conserva le figure del tempo ma anche le distrugge nella loro ripetizione. Ecco, dal sentimento di questa distruzione nasce la città della distanza. Vale a dire il luogo in cui si rende evidente che la città non puo’ mai essere, ne’ esserci, contemporanea, non puo’ mai nascondere ne’ riconoscere il suo tempo. Precisamente da qui nasce la sensazione di immobilità sospesa e insieme di sprofondamento che lasciano i dipinti e le fotografie di Ernesto Morales.

Cosa resta di una città, se le togliamo l’esperienza contingente del nostro passaggio, se le sottraiamo la prospettiva agglutinante del nostro sguardo? O anche, cosa rimane di una città tenuta lontano dai nostri affetti, dai nostri ricordi, dalla nostra presenza? È da questi dubbi che si genera l’urgenza di una ricerca pittorica e fotografica che mette in gioco la distanza – che e’ distanza di campo, di punto di vista, e insieme di estetica e di poetica – per scoprire lo speciale spessore della città spogliata dalle figure del tempo. Ed e’ proprio l’esercizio di questa distanza che fa emergere i confini profondi che la città condensa su di se’, la massa insopprimibile che si deposita e si àncora dentro e fuori di noi: ovvero lo spazio minaccioso del volume come unica forma, come vero e proprio sedimento della demarcazione psichica e sensibile a cui e’ sottoposto il nostro spazio vitale.

In queste opere la lente della distanza scopre il segreto della sottrazione, evidenzia il deserto che circonda i veri limiti sacrali delle nostre città, e insieme assegna al volume, assunto a vero totem figurativo, il senso profondo di una presenza. Perche’ nelle tele di Morales, pur nel disincanto della sottrazione, si rinnova l’illusione del volume come riproduzione di una presenza, come materializzazione di un’identità. Non importa che prenda corpo la presenza oppressiva (anche se nebulosa e intangibile) che domina le nostre città, sempre piu’ ostaggio di volumi che saturano lo spazio e impongono l’evidenza della propria presenza come unica presenza; non importa che sia la presenza di una città che ci entra dentro e allo stesso tempo ci lascia fuori, che e’ inaccessibile e allo stesso tempo ci rende inaccessibili: la scommessa di senso di questa pittura – scegliendo di affidarsi alla forza di documento della fotografia – e’ di puntare sull’illusione della presenza al di là della figura. Qualità rara tra le esperienze cosi’ prive di spessore dell’arte contemporanea, soprattutto perche’ questa pittura della presenza, questa pittura del senso non si concilia nella ricomposizione luminosa della figura, anzi assume su di se’ che alla figura si e’ definitivamente sostituito il volume della città, quello stesso volume che nella propria oscurità di agglomerato minaccia di surrogare ogni nostro principio di identità. Ecco cos’e’ che sprofonda nelle tele di Morales, e’ l’immagine di una città intrappolata tra due forze, tra la figura inevitabile dell’identità e la solida realtà di un volume che e’ metafora tangibile dell’avanzare minaccioso e compatto di un universo ostile, che e’ immagine definitiva dell’eteronomia che divora la nostra stessa presenza; che in questi dipinti e in queste fotografie e’ ancora viva ma omai relegata a poche macchie di colore che si depositano su aperture che piu’ che altro fanno pensare allo spazio tagliato delle feritoie.

Il deserto di segni (nonostante l’iscrizione calligrafica) e l’emergenza assoluta del volume portano la pittura di Morales a mettere in questione la nostra esperienza dello spazio, e il nostro modo di appartenergli. E attraverso questa pittura della sospensione ci rivelano una condizione che e’ il paradosso di cui facciamo quotidianamente esperienza: vivere senza soluzione una continuità e contiguità spaziale-e-temporale (con il nostro passato e il nostro futuro, con il nostro vicino e il nostro lontano) che in realtà non esiste. Il paradosso, cioe’, di vivere senza problemi qualcosa che non e’. Diceva Walter Benjamin che il merito della fotografia e’ quello di sottrarre la verità dell’istante alla falsa idea di continuità del tempo: ecco in questo senso la pittura fotografica di Morales sottrae alla continuità del tempo la presenza del volume, ci rende in un certo senso ragione della nostra contemporaneità, ci permettere di vedere in controluce il destino oscuro della città, e con il suo di intravedere il nostro. Ed e’ proprio del nostro destino che ci parla la città di Ernesto Morales, dove noi stazioniamo immobili sulla solidità del volume, come nani sulle spalle di giganti, e allo stesso tempo ci sporgiamo su uno spazio che sprofonda. Resta da capire se quello spazio sprofonda dentro di noi, nella nostra memoria, o se siamo noi a sprofondare con lo spazio.

Inaugurazione Venerdi’ 04 aprile 2008

PicaGallery
via vetriera, 16 -Napoli
Ingresso libero

Goodbye my darling

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Il giovanissimo artista napoletano Danilo Correale torna dopo quasi due anni dalla sua prima personale negli spazi della galleria Franco Riccardo Artivisive. Il titolo della mostra -Goodbye my darling- riassume il frutto di una ricerca artistica portata avanti toccando diversi aspetti della contemporaneità , attraverso l’acquisizione di un ricchissimo patrimonio tecnico e culturale ottenuto utilizzando svariate fonti, spaziando tra la storia e la filosofia, analisi economiche e ambientali, ricerca iconografica e sviluppo dei mezzi tecnologici.

Nella realizzazione dei lavori sono accostate tecniche tradizionali quali il disegno o l’acquerello il recupero di immagini di archivio insieme all’uso sperimentale di mezzi moderni quali la fotografia e l’installazione. La mostra, a cura di Marco Scotini, e’ stata pensata interamente site-specific. Tutti gli ambienti della galleria sono coinvolti nel progetto e costituiscono parte integrante e attiva nell’allestimento dei lavori.

In mostra, opere:
* Istallazione di grandi dimensioni (site specific) composta da wall painting e tre opere fotografiche (pigment print on paper)
* Istallazione di dimensioni ambientali composta da pannelli di legno, wallpaper e 100 lavori di piccole dimensioni (acquerelli e disegni a matita)
* Trittico fotografico 130X300 cm. (labda-diasec)
Tutti i lavori sono stati realizzati nel periodo 2007-2008.

Inaugurazione: venerdi’ 28 marzo 2008 alle ore 18.30

Franco Riccardo Arti Visive
Via Chiatamone 63 – Napoli
Orari: dal lunedi’ al venerdi’, ore 15.30 – 20
Ingresso libero

Giulio Delve’

delve.jpgIl 30 Marzo alle ore 18.00 con Giulio Delve’ si inaugura nella Project Room del Madre il secondo appuntamento della mostra FOUR ROOMS. Ad affiancare la mostra di Giulio Delve’, il testo della giovane studentessa Flora Visca.

La serie -Tumbleweed- (termine inglese usato nelle comunicazioni radio militari per esprimere richiesta di informazioni nel caso in cui si dia una scarsa consapevolezza della situazione), che rappresenta il primo corpo maturo di lavori di Giulio Delve’, si sviluppa sulla base di un interesse generale dell’artista per la meccanica, per i dispositivi interessanti, meccanismi da studiare e da riprodurre, da egli stesso assemblati, ai quali affida, in alcuni casi, anche la riproduzione artificiale di movimenti e suoni elementari che l’artista stesso non riesce a compiere naturalmente.

Per Giulio Delve’ la -macchina- ha ancora un’anima analogica, semplice nella sua complessa articolazione. L’esigenza quindi di capire, di reagire alla potenza distruttrice della tecnologia elevata alla sua estrema potenza e’ espressa in un gesto immediato e preciso: quelli che dovrebbero essere efficienti mezzi da guerra, diventano delle sagome imbalsamate, immobilizzate da una semplice garza che ne blocca i movimenti e ne benda la memoria. Il video – Untitled (Tumbleweed series), 2007 – smaschera l’impotenza, la follia della tecnica al servizio della forza bellica; il lamento ripetuto di un maniaco imbrigliato in camicia di forza.

Opening 30 marzo alle 18

MADRE – Museo d’Arte Donna Regina
via Settembrini, 79 (Palazzo Donnaregina) – Napoli
dal lunedi’ al venerdi’ ore 10- 21
sabato e domenica ore 10- 24
giorno di chiusura: martedi’
ingresso: intero: – 7.00, ridotto: – 3.50

Le lunghe attese – Opere dal 1968 al 2008

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“Le lunghe attese – Opere dal 1968 al 2008″ e’ il titolo della personale di Gaetano Pallozzi, dal primo aprile nella sala Leopardi di Palazzo Reale a Napoli. Con la mostra la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” rende omaggio all’artista sulmonese ultraottantenne: all’inaugurazione alle ore 17.30 intervengono il Direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli, Mauro Giancaspro, il presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Marino Roselli, il Soprintendente speciale per il Polo Museale Romano, Claudio Strinati, l’ex capo dipartimento del ministero dei Beni e le Attività Culturali, Salvatore Italia e il critico d’arte Maurizio Vitiello.
Di Gaetano Pallozzi hanno scritto e parlato i maggiori critici italiani , tra cui Argan, Zeri, Carli, Di Genova, Crispolti, Solmi e Sgarbi.

La sua pittura dal ’70 passata definitivamente al figurativo, esprime una denuncia sociale, i sui modelli sono tratti dalla vita di ogni giorno, dal mondo degli affetti, ai passanti che camminano o sostano in strada.
Pallozzi non e’ solo un artista: a lui si deve l’istituzione del -Premio Sulmona- che e’ giunto alla sua XXXV edizione

La personale di Pallozzi, promossa con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, resterà aperta fino al 19 aprile.

Gaetano Pallozzi – Sulmona 1925
Pittore versatile e originale, vive e lavora nella sua città. Dal 1947 e’ presente alle piu’ importanti rassegne nazionali, tra cui la Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e i premi La Spezia, Lissione, Modigliani, Michetti, Repubblica di S. Marino. Ha esposto anche all’estero in collettive a Bogotà, New York, Zurigo ed ha tenuto mostre personali a New York e nelle principali città d’Italia. Sue opere si trovano a Palazzo Braschi a Roma, alla Pinacoteca del Sannio di Benevento, alle Pinacoteche Comunali di Avellino, Avezzano, Foggia, Macerata.

-Quello che fai e’ interessante anche perche’ si distacca dalla moda dell’iperrealismo. Io credo sempre di piu’ alla “pittura”. Credo che dobbiamo spingere in questa direzione-. (Lettera di R. GUTTUSO del 29-01-1977).

-Credo che quello che si vede nei quadri esposti sia la celebrazione di un pittore di ottant’anni che e’ rimasto giovane nel suo sguardo, capace di non farsi ingannare e di non farsi neppure illudere, e neanche di vedere la realtà diversa da quella che e’. Quindi di rappresentarcela con la carica di sentimenti e di emozioni che e’ nella vita, nella sua esperienza, e di cui le sue opere sono gravide. La sua pittura e’ una dichiarazione di guerra contro alcune forme fasulle dell’arte contemporanea.- Vittorio Sgarbi

Inaugurazione 1 aprile alle ore 17.30

Sala Leopardi di Palazzo Reale
Piazza Plebiscito, Napoli